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I Papatorni e don Santo che piscia in culo a Garibaldi

I Papatorni e don Santo che piscia in culo a Garibaldi

sprmnt     di PINO MACRÌ -

L'articolo di Tripodi "LA PAROLA LA STORIA. I Papatòrnu e don Santo l’ergastolano", mi ha stimolato alcune riflessioni, non tanto sulla disquisizione attorno all'origine di alcuni etimi dialettali, che, anzi, mi ha molto interessato, quanto sull'esclamazione di don Santo l'ergastolano nel finale (Perché io ci piscio in culo all’Italia e a Garibaldi che l’ha riunita, ndr). Quel figlio di una mignotta!

Negli anni '60 del Novecento (ma anche prima, e poi, fino agli anni '80) il materialismo storico marxista permeò (soggiogò?) quasi ogni ambito dello scibile umano, imponendo talora prospettive critiche distorte, se non addirittura paradossali.

Ne risentì molto anche lo studio della storia ed, in particolare, quello della storia della nostra Calabria.

Poteva, così, accadere, che gli unici "atti rivoluzionari" di cui ci si doveva/poteva occupare erano quelli che avevano visto il coinvolgimento delle mitiche "masse proletarie".Conseguentemente, ad esempio, massima attenzione fu posta (anche nello studio della storia calabrese) ai fatti del '48, liquidando e addirittura totalmente oscurando vicende che oggi in molti riconoscono finalmente come fondamentali, quali quelli accaduti nei Distretti di Gerace e Reggio nel 1847.

"L'unico proletario nella vicenda dei Fratelli Bandiera fu il loro maggiordomo": con questa velenosissima battuta Togliatti diede concretamente prova di quali dovessero essere i fatti di cui occuparsi e quelli di cui, invece, c'era solamente da invocare il più buio dimenticatoio.

Ancora di recente, in un libro che tratta la storia del brigantaggio in Calabria, nell'analizzarne gli episodi più importanti in periodo pre- e post-unitario, l'Autore esprime una suggestiva quanto fuorviante indicazione allorquando sostiene che (cito a memoria) "se, ipoteticamente, si accostasse una cartina geografica con l'indicazione dei luoghi in cui avvennero quelli che furono chiamati atti di brigantaggio ad una che riportasse i luoghi delle grandi rivolte contadine per la terra, si otterrebbe una sovrapposizione quasi perfetta", omettendo, ancora una volta, totalmente i fatti del '47 di Reggio e Gerace.

Con ciò volendo probabilmente sottolineare il carattere ESCLUSIVAMENTE popolare del brigantaggio. Anzi, tornando agli anni '60, il brigante era immancabilmente dipinto come la figura romantica del Robin Hood o, comunque, del vendicatore degli oppressi.

A modesto avviso di chi scrive, questo modo di fare storia evidenzia tutti i limiti di uno studio scientifico condotto con gli occhiali con lenti colorate, che fanno, appunto, vedere tutta la realtà con il colore delle lenti di volta in volta indossate. Senza analizzare caso per caso, situazione per situazione, evento per evento: non adattare, cioè, l'oggetto di studio ai nostri convincimenti preordinati, ma ricavarseli, quei convincimenti, dall'analisi oggettiva, e, soprattutto, documentale, dei fatti.

Sicché diventa facile (e, talora, anche comodo) vedere in Garibaldi il simbolo negativo dell'Unità di Italia, cioè come colui che ha forzatamente condotto una guerra per l'Unità che "nessuno" al sud voleva, portando ad esempio i casi (reali, beninteso!) in cui le idee e gli ideali dell'Eroe de due Mondi furono completamente disattesi (per restare in Calabria: appena quattro giorni dopo la sua partenza da Cosenza appena conquistata, il pro-dittatore da lui nominato, Morelli, ritirò ed annullò tutte le promesse sulla liquidazione dell'annoso - secolare addirittura - problema del demanio silano in favore dei contadini) e frettolosamente dimenticando i guasti che secoli di dominazioni straniere avevano ingenerato (molti dei quali ci portiamo tuttora appresso).

Così come diventa facile prendere come esempio di brigantaggio demonizzato quei casi in cui vi furono delle vere e proprie (e talora anche giuste!) rivolte popolari e scordare-sottovalutare-giustificare le gesta sanguinarie di veri e propri psicopatici assassini quali Crocco e compagnia.

Come stranissimo risultato, non è infrequente, oggi, vedere nei circoli neo-borbonici soprattutto del napoletano, alcune "vecchie glorie" del marxismo ortodosso ed ultraortodosso andare allegramente a braccetto con loschi figuri della destra più retriva e con i nostalgici del feudalesimo (sic!), in nome di un brigantaggio che si vuole a tutti i costi rivoluzionario ed inneggiare, per conseguenza, alla secessione dall'Italia sardo-piemontese-pluto-giudaica-massonica-e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta.