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Al Vinci, nel ricordo di La Cava, Slavoj Slavik e la lotta per la libertà

Al Vinci, nel ricordo di La Cava, Slavoj Slavik e la lotta per la libertà

storia

di MARIA GABRIELLA TRAPANI*-

 

“Ogni viso guardo e non sei tu

Ogni voce ascolto e non sei tu …

Ti cercherò ti seguirò ti troverò …

Ora so che sei l’amore”: sale così la nostalgia nel cuore di Paolo Altobello, migrato dal paese calabrese di Bovalino per intraprendere gli studi universitari a Siena. Paolo è solo per le strade di una città che non conosce, che gli è estranea, ma il canto, i ricordi e, soprattutto, i suoi scritti gli consentono di ritrovare in sé la forza per risollevarsi e sperare.

E la sua nostalgia diventa nostalgia del giovane pubblico che, il 28 gennaio scorso, nell’Aula Magna del Liceo Scientifico “ Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria ha assistito alla riduzione teatrale de “La storia di Slavoj Slavik” edita da Città del Sole edizioni e tratta dal romanzo “Una stagione a Siena” di Mario La Cava.

Tutto, dunque, è teatro, vero teatro di sentimenti e catarsi, di immedesimazione e di dolore che è e che è stato dolore di tutta l’umanità. La storia rappresentata è in medias res, Paolo appare sulla scena alquanto arrabbiato poiché era stato deriso dai colleghi in quanto migrante e, quindi, non appartenente alla loro realtà, quand’ecco che in lui si imbatte Slavoj Slavik, giovane sloveno di Trieste che lo invita a bere un bicchiere di vino in un’osteria. La scenografia è molto scarna: un tavolino, due o tre sedie, un appendiabiti e, soprattutto, una bottiglia di vino rosso. Siamo nella Siena degli anni ’30, due ragazzi, uno dei quali già laureato, discutono di sogni, di donne, di gioia di vivere con la consapevolezza che la vita, lo scorrere lento e veloce dei giorni, è un continuo divenire, un altalenarsi costante di alti e di bassi, di ideali che si raggelano nelle illusioni! E’ così che il personaggio di Slavoj, complice l’ebbrezza causata dal vino, si propone, a pieno titolo, come protagonista, portavoce di coloro che non hanno voce, costretti a vivere nella paura che semina la Storia: paura della guerra, paura di perdere la libertà, paura di morte! La forza emotiva, i tratti coinvolgenti del suo carattere, le confidenze, sì preoccupate per il futuro, ma sostenute dai più sinceri ideali, proprio quando “LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA STANNO PER SOCCOMBERE”, fanno di Slavoj un personaggio a tutto tondo, interpretato magistralmente da Enzo de Liguoro.

Passano gli anni in pochi attimi, sulla scena. Le notizie che la radio diffonde sono tragiche; dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, Slavoj lotta contro le persecuzioni razziali; lotta, urlando le sue ragioni ai magistrati e, perciò, viene condannato. De Liguoro/Slavoj racconta come in carcere, prima e, nel campo di concentramento, dopo, gli uomini fossero divenuti “NUMERI URLATI” ovvero ”COMPAGNI CHE CALPESTANO ALTRI COMPAGNI” perché ”DOPO CHE IL FASCISMO HA IMPEDITO DI PENSARE, DI LAVORARE”, ecco che il potere uccide l’umanità a poco a poco, attraverso una lunga e atroce agonia. Ma “il pensiero”grida Slavoj “non può essere annientato, la libertà non può smettere di esistere sulla terra, la bellezza delle colline senesi, GLI UOMINI CATTIVI non la raggiungeranno MAI!”

Bellezza, Amore, Vita… la storia di Slavoj Slavik è quella di chi combatte ancora oggi e, mentre Slavoj dal carcere scrive alla moglie Brigitte di dire ai figli piccoli con tanta tenerezza che “papà tornerà presto”, la realtà di Slavoj e la bravura eccezionale di De Liguoro ci testimoniano le atrocità del campo, l’atrocità della scala della morte, quando i prigionieri, uno dopo l’altro, distrutti ed emaciati, erano costretti ad arrampicarsi, appunto, su una scala a pioli per trasportare dei carichi, mentre dalla torre di vedetta un generale tedesco come regalo di compleanno al figlio, gli “concede” un tiro di mitragliatrice contro quei “GIOCATTOLI DA PASSATEMPO”.

Passa il tempo e la voce cambia.

Slavoj è morto e il suo amico Paolo con la voce struggente e avvolgente di Paolo Sofia, voce solista del gruppo musicale Quartaumentata, lo onora recitando l’inno al vino, quel vino che avevano condiviso, il vino dal profumo irresistibile, dal profumo di morte, sangue trasformato in liquido rubino!

Ma la Vita confluisce nell’Arte o è l’Arte che magistralmente interpreta la Vita?

*docente presso Liceo “Da Vinci”