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L’INTERVENTO. Noi, derubati del tempo

L’INTERVENTO. Noi, derubati del tempo

tmp    di ANNA RITA LEONARDI -

(rep) Siamo un popolo molto strano noi italiani. Casinisti, acculturati, perditempo, affettuosi. Bravi in tutto ma sempre poco generosi verso noi stessi. Soprattutto verso le nuove generazioni.

La prima volta che ho sentito pronunciare la frase "i giovani sono il nostro futuro" avevo all'incirca 10 anni.

Pensai, "che meraviglia, quando avrò 20 anni chi si occupa del mio avvenire avrà creato le condizioni umane e professionali affinché io, di conseguenza, possa fare lo stesso per chi verrà dopo di me".

20 anni dopo nulla è cambiato. Chi all'epoca disse che la mia generazione era il futuro lo ripete ancora, con più "enfasi" e più "convinzione".

Peccato che quella generazione, la mia, di futuro non ne abbia l'idea.

Eppure io ho cominciato a fare politica per questo motivo, seguendo gli insegnamenti di chi mi spiegava che è compito nostro rendere il mondo un posto migliore, e che tutti dobbiamo prenderci la responsabilità di farlo. Ci ho creduto e ci credo ancora. Chi forse non ci crede più è parte di quella generazione che queste cose me le ha insegnate. Per carità, fermiamoci. Nessuna lotta giovani/vecchi, nessuna rivoluzione anagrafica. Ideale, ecco...rivoluzione ideale. E vedete, quando sentiamo le analisi dei tuttologi che ci spiegano che i ragazzi non seguono più la politica, che sono disinteressati e svogliati, in realtà ascoltiamo le banalità di chi vuole che tutto questo accada. Perché se è vero che c'è un problema reale di partecipazione politica è altrettanto vero che, fuori dalle vostre case, c'è un mare di menti e di cuori che ogni giorno porta avanti un'idea, un principio, una battaglia. Fuori dai monitor dei pc, fuori dai reality e dagli smartphone c'è chi gira tra la gente, chi convoca una riunione, chi fa volantinaggio, chi si emoziona nel conoscere ed imparare quanta storia e bellezza ci sia attorno a noi.

Eccola, la generazione della Politica, quella che ha sentito dire tanto e visto fare poco, quella per la quale "l'identità va bene, ma non troppo", quella che il tempo per agire non lo vede arrivare mai.

Troppo piccoli e troppo grandi, nel limbo di chi sta seduto sulla sedia di una sezione (si, ho detto sezione), con il dito alzato ed attende il proprio turno, mentre chi sta parlando, pur non avendo più niente da dire, non smette di farlo.

Uno degli errori più grandi che comunemente commettiamo è quello di dimenticarci il nostro passato, anche quello più prossimo. Non ci ricordiamo più cosa abbiamo pensato ieri, cosa siamo stati, cosa ci siamo lasciati alle spalle. Ho sempre temuto questo stato di cose. La memoria è tutto, è la radice che ci tiene saldi i piedi alla casa, alle fondamenta, a quella parte di noi che allo specchio non vediamo più.

Noi ricordiamo quello che c'è stato ieri, ricordiamo e manteniamo fedelmente la grandezza degli ideali con cui siamo cresciuti. Non ci vergogniamo di dire che continuiamo a credere in un mondo più giusto, non abbassiamo il capo quando pronunciamo la parola "compagni", non abbiamo paura di combattere ancora per ciò in cui crediamo. Quelle radici ci appartengono, sono nostre, sono altri ad averle sradicate.

Noi, siamo quelli a cui hanno rubato il tempo, e quel tempo che ci hanno sottratto nessuno potrà mai ridarcelo."Abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno", come diceva Robert Musil. Ma nel sogno si rinasce...ancora, un'altra volta, un giorno in più.