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Storia di Enzo, il mio amico provvisorio

Storia di Enzo, il mio amico provvisorio

enz     di ANTONIO CALABRÒ -

Ormai ad Enzo l’ho adottato. Certo, non ha gli occhi grandi dei bambini, anzi i suoi sono occhi rotondi e porcini incavati dentro una selva di rughe legnose e scure; e non possiede neanche uno straccio di sorriso, semmai a volte dilata la bocca in una specie di smorfia sdentata che rimanda più a rimpianti o a sarcasmo che ad allegria. Però per il resto è un fanciullo dentro un corpo da omaccione, con la stessa svagata fantasia, i terrori e la Luna per cappello.

Enzo è un vagabondo residenziale. Un nomade contemporaneo, che dalla sua base fissa situata dalle parti di Roccella va in giro per la provincia notte e giorno, sfamandosi con quello che trova, sempre assorto nei suoi pensieri e nelle sue furbizie adolescenziali per spuntare favori e prebende. Ha una barba Mazziniana che sembra ricavata dalla lana d’acciaio, ama la birra Peroni e detesta l’acqua, in tutti i sensi. Infatti il segnale primario della sua presenza è l’odore, selvatico al limite del disgusto, soprattutto d’Estate.

All’inizio è stata una battaglia. Con quel suo trucco di nascondersi dietro le colonne e balzare sul treno proprio nella frazione di tempo in cui il capotreno distoglie lo sguardo dalle porte, riusciva a farla franca e a spuntare un passaggio da una stazione all’altra. Entrava lui nella vettura, e uscivano tutti gli altri, incapaci di resistere alla nebbia venefica che si porta addosso. E per farlo scendere, poi, era guerra. Pretende la multa, Enzo, ha una sua specie di dignità. Non ha documenti, non possiede nulla, ma piuttosto che recedere chiede di essere sanzionato. E la paghi la multa, gli ho chiesto. Ha annuito, in silenzio con l’occhietto brillante, come chi sa di combinare una marachella.

Dopo qualche tempo, ci siamo messi d’accordo. Gli do un euro e lui non sale sul treno. Ma a volte dimentica il patto, e si fionda dentro la littorina con la velocità del fulmine. Che fai qui, gli ho chiesto una volta con tono da rimprovero. Lui mi ha fatto segno di stare zitto. “Sono provvisorio !” mi ha risposto. Ho riso, e ho capito di essere al cospetto di un asceta, di un marabutto, un santo metropolitano, uno stoico purosangue. Diogene di Sinope reincarnato, un Socrate pazzo, o forse solo saggio. Gli ho mollato due euro, ed è sceso. Non bere birra, l’ho ammonito. Cosa devo bere, mi ha risposto. L’acqua fa male. Mi gonfia lo stomaco.

Enzo è provvisorio. Come tutti. Solo che lui lo sa. Lo ha scoperto in gioventù, quando ha lasciato il suo lavoro e tutto ciò che aveva per darsi corpo e anima alla strada. Ha rinunciato alla civiltà, senza scadere nella barbarie violenta. Vive la sua depressione permanente con un senso precario dell’esistenza, che tramuta il dolore della consapevolezza in lotta per sopravvivere. Perché non vai a lavarti, gli ho detto brutalmente un giorno. Mi lavo, a mare, solo che poi il sale mi brucia addosso. Lavati col sapone, gli ho intimato. Va bene, ha finto, però dammi cinque euro.

Sono in molti ad avere compassione di lui. Gli portano vestiti, scarpe, e lui puntualmente ringrazia e poi lascia i regali nei bagni dei treni. Se ne libera. Non vuole bagagli e impedimenti. Se viaggiate nella Jonica e trovate sul treno un fagotti di abiti semi nuovi, state certi che sono i suoi.

Enzo è provvisorio. In transito. La sua vita è un traghettamento lento dall’infanzia alla morte, senza azioni che vadano oltre il suo istinto di sopravvivenza, senza orpelli esistenziali, senza giudizi e senza idee. Si rifugia dietro la sua barba di ferro filato, dietro la nuvola del suo pessimo odore, dietro lo sguardo beffardo ma ingenuo del filosofo pazzo, e attende. Sa che tutto finirà, non ha fretta, non sa niente di niente, non ha il pensiero del mutuo, del lavoro, dell’amore, dei figli, dei sacrifici che si compiono in nome del futuro.

Il suo è il presente debole di chi non pretende nulla, se non l’ebbrezza della birra e l’attenuazione dei bisogni; è provvisorio, come chiunque, e non rinuncia a nulla perché di nulla ha bisogno. Se lo guardo rido, ma non di lui, bensì di noi, supponenti mortali convinti di essere simili agli dei.

Antonio Calabrò, da “Viaggio in seconda classe” di prossima pubblicazione.