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IL LIBRO. Laganà e la Reggio di chi non è tornato mai più

IL LIBRO. Laganà e la Reggio di chi non è tornato mai più

mlndt     di TIZIANA CALABRÒ -

Il libro è arrivato impacchettato. Da Milano. Spedito via posta per approdare nel sud di questa città, Reggio Calabria, avvolta da molteplici incantesimi. Non sempre benevoli. La copertina è bella, suddivisa in tanti rettangoli colorati con all’interno dei disegni. Sembra una trapunta patchwork. Lo apri. Ti aggiri tra le pagine fresche. Dentro, tra le parole tante, trovi dodici storie. Il titolo del libro è evocativo: “Milano d’autore”.

Tra gli scrittori che hanno cucito pazientemente con trame personali le storie, ti soffermi su uno di loro, per inevitabile campanilismo: Massimo Laganà, giornalista reggino, partito un giorno verso la città meneghina e non tornato più. Come molti. Come tanti. Un attacco di inquietudine dice lui. O la giovinezza con il suo vento che soffia alle spalle, che poi è la stessa cosa dell’inquietudine, in fondo. E’ in questa terra lontana che è diventato giornalista. Scrive sul settimanale “Oggi” e cura un blog: “L’informazione dilaga”, seguito e apprezzato per l’arguzia dei pensieri.

Nell’approssimarti alla sua storia, ti chiedi di cosa possa parlare un reggino in un libro dedicato a Milano. Ti aspetti un panegirico grato dell’uomo del sud accolto e pasciuto dal ricco nord.

E invece, il cuore pulsante della storia è un luogo altro, il luogo della giovinezza perduta, del tempo che non torna più, il luogo delle occasioni perse o lasciate in sospeso ad alimentare nostalgie: Reggio Calabria.

Massimo Laganà così compie un piccolo miracolo letterario. Perché riesce - con la sua scrittura che procede lineare per poi all’improvviso, con piccoli tratti decisi, affondare dritta nei pensieri e nel cuore - a far riemergere ricordi passati e dimenticati, perché distratti dallo scorrere del tempo, dalle urgenze del quotidiano. Riesce a far riaffiorare una città, che spesso chi la vive non vede più. E’ lo sguardo di chi un giorno è partito e non è tornato. Eppure questa storia, inclusa tra le altre storie, ha un respiro ancora più ampio. Ha un respiro universale di chi insegue nei luoghi le sensazioni perdute.

E’ una storia di ricerca. Ma si sa, “il tempo è un bastardo”, che non restituisce il passato, che crea insoddisfazioni per quanto si è perso, per quanto non si è vissuto, che produce nostalgie, che non ci riporta indietro quello che siamo stati. Massimo Laganà, in questa lieve e malinconica storia sembra volerci dire, tuttavia, con il suo finale struggente e affatto retorico, attraverso il suo sguardo proustiano e disincantato, “che i punti fermi, contemporanei delle diverse età, è meglio cercarli dentro di noi”, ché della nostra strutturale solitudine “non possiamo farne un dramma”, regalandoci nel finale attimi di vita minuta a cui aggrapparsi per potersi salvare.

* “Milano d’autore” di Massimo Laganà – Morellini Editore