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RECENSIONE: Monte Sardo di D. Maffia

RECENSIONE: Monte Sardo di D. Maffia

montesardo

di ROSANNA GIOVINAZZO-

Durante l’infanzia e l’adolescenza, si accumulano, nella mente e nell’animo di ogni uomo, ricordi, sensazioni, emozioni, paure, desideri, luoghi, che si dimenticano o riaffiorano ogni tanto, e che appaiono lontani ormai. In realtà, essi agiscono sin nel profondo, giorno dopo giorno, fanno il loro lavoro di scavo, di formazione, di creazione dell’identità, della personalità di ogni uomo.

Un patrimonio enorme, il vissuto infantile ed adolescenziale. E quando qualcuno, in questo caso, un grande scrittore, riesce a dargli voce e scrittura, l’opera magica del passato che risorge, facendosi carne viva, si trasforma in capolavoro. Perché di un capolavoro di narrativa si tratta: Monte Sardo di Dante Maffìa. Un romanzo che avvolge e coinvolge, intenso, potente; uno spaccato di vita, quello di un borgo dell’Alto Jonio cosentino - la terra che ci ha regalato il genio poetico di Maffìa –che è scandito da percorsi di vita fatti di fatica, povertà, tragicità dell’umana esistenza, ma anche di tanta dignità, sorrisi e speranza.

Quel lembo di Calabria, che è tenacemente adeso al corpo e allo spirito di Maffìa, raccontato da Tommaso, giovane adolescente montesardese figlio di Salvatore e di Rosina, acquista un sapore, un odore ed un colore che, anche il lettore più lontano da quella realtà, riesce a percepire, tale è la potenza espressiva dell’autore, che è capace di trasmettere persino il più recondito dei pensieri o la situazione più difficile da immaginare. Così rivivono, attraverso Tommaso, dietro il quale non è difficile individuare lo stesso Maffìa, storie che non possono, non debbono essere dimenticate: un paese che brulica di personaggi umili, ma anche meno umili e di potenti prepotenti (quelli di sempre, i grandi proprietari terrieri, ma anche gli ex fascisti, ex podestà riciclatisi in segretari della Democrazia cristiana, e tutti quelli che approfittano dell’ignoranza dei poveri diseredati che hanno bisogno dei loro servigi: il medico, il prete, la levatrice e, persino, l’impiegata della Posta) che vivono, nel secondo dopoguerra, situazioni di estrema povertà, di sopraffazione e abusi, di inizio di scalata sociale e di prepotenze storiche, ataviche.

Ogni pagina del romanzo prende forma, assomiglia ad ogni vicolo o angolo del paese, o agli uomini e donne che lì si muovono, o ai monti, al cielo e al mare che incorniciano il paese, baciato, per la bellezza selvaggia e paradisiaca, dagli dei ma, anche dimenticato, per la povertà che costringe i suoi figli ad andare via. Ed in ogni pagina rivivono storie che altrimenti sarebbero dimenticate, storie che prendono forma e sostanza anche attraverso l’odore di stallatico, il rito dell’uccisione del maiale, il raglio dell’asino, le piogge incessanti che fanno crollare le case, il “furto” dell’acqua del mare, il pane cotto con foglie di lauro, la dolcezza di un sorriso, i primi moti del cuore, le carezze tenere e rassicuranti di una madre, il sibilo del vento, il cielo minaccioso, gli orti che “avevano l’aspetto di vestiti bruciacchiati”, i giochi di bimbo, i falò dei santi da bruciare in piazza se non avessero provveduto a far piovere, le partenze in massa del 1956 per l’Argentina, l’epidemia di diarrea, che colpisce tutti, anche i notabili del paese, e poi il girovagare di Tommaso per le vie del paese e l’entrare in ogni casa per ascoltare storie e soddisfare quell’anelito indomito di sapere. E tante altre cose ancora, commentate, sempre, ad inizio o fine capitolo, dal mirabile “coro” dei giocatori di tressette, originale ed efficacissima trovata narrativa di Maffìa, che ricorre ad una lingua fatta di intercalari ed espressioni tipiche, che danno forza e vigore alla struttura dialettale della lingua dei padri.

Ma una speranza di riscatto e cambiamento c’è per quel piccolo paese “arroccato tra scalinate e dirupi, tra slarghi e stalle, pollai e terrazzini abusivi che invadevano le strade”, ma dalle origini antiche perché pare che, all’epoca della Magna Grecia, “fosse il luogo in cui si coltivavano le rose per riempire dei loro petali profumati, i cuscini delle nobili Sibarite e dove si allevavano i galli per evitare che stessero a Sibari e dessero fastidio con il loro canto…” Si chiama Viceconte, il cambiamento atteso. Un maestro elementare , figlio di Mastro Gaetano il sarto, “che non temeva di opporsi a quei signori per i quali gli altri erano appena braccia da utilizzare al momento opportuno” e che parlava di socialismo, libertà, uguaglianza. Tra mille difficoltà e soprusi, Viceconte che ”aveva aperto gli occhi alla gente, le aveva dato dignità e certificazione d’esistenza.” diventa sindaco del paese, che vive con lui una stagione di ripresa, portando un po’ di lavoro per la ristrutturazione di Monte Sardo e credendo con forza, lui che era stato a Rimini, Viareggio, Taormina e San Benedetto del Tronto e che “aveva visto come le spiagge erano state attrezzate, come erano sorti i lidi e quanta gente li frequentava”, nello sbocco turistico di quel paese e di quel mare bellissimo, ma così poco valorizzato. La costa incomincia a vivere, il turismo a diventare realtà, Viceconte “aveva prodotto una fortuna e i cittadini la sciupavano in azioni maldestre…” triplicando i prezzi dei generi di prima necessità, approfittando, dimostrando così di non saper “…fare del turismo vero” e di non aver “… saputo cogliere il momento magico, l’occasione propizia per diventare ricchi sapendo gestire onestamente e con professionalità il bene di Dio che era stato apparecchiato.” Un fare maldestro, una mancanza di cultura che crea eccessi e paradossi, non certo a favore dello sviluppo e del riscatto di una comunità, come per esempio, il permettere che, addirittura il castello federiciano lambito dalle onde dello splendido mare di Monte Sardo, finisca nelle mani di un privato. Una corsa all’accumulo, il paese trasformato repentinamente, un passaggio brusco, che ha provocato disastri, anche quello dei “pezzenti risagliuti”.

Ma un’altra forma di riscatto, questa volta individuale e gloriosa, è quella di Tommaso che, tra i pochi del paese, frequenta la scuola media di Trebisacce, la capitale dell’Alto Jonio cosentino, dove matura un brillante percorso di studi che poi continuerà. Da sempre, il ragazzo, si interroga sulla poesia, sulla letteratura, per lui pane di vita, perché lui sa “…che cosa sta dietro le parole, ne conosc(e) la forma e l'anima, il peso e le intenzioni e v(uole) tentare di far dire loro ciò che non si riesce ad acciuffare e si perde nel nulla." Nonostante gli inviti della madre di stare con i piedi un po’ più per terra, perché la poesia “non dà pane”, Tommaso, che ha il cuore “più profondo del Bifurto” e ha bisogno di conoscere, di sapere, di andare oltre, fin negli abissi, segue la sua strada. Roma. Medaglia d’oro alla cultura ricevuta dal Presidente della Repubblica, Azeglio Ciampi, e tanti altri riconoscimenti. Tommaso “aveva vinto la scommessa (ed era giunta l’ora) …di accoglierlo con la banda musicale”. Festa nel paese, preparata per la sua accoglienza…”non era dunque vero che non si è profeti in patria…”. Quanto, Monte Sardo ha inciso sulla ricchezza umana, culturale e poetica di Tommaso! Quanto, le storie, anche le semplici vicende di chi si muoveva tra zappe, animali, intemperie, carestie, e di chi, pregava e sperava in un miglioramento delle proprie condizioni di vita, hanno offerto a Tommaso materia di vita, non cronachistica, che è cosa che non lo scalfiva nemmeno, ma innalzata “su un piano di eterna universalità”! “Il paese era sempre dentro di lui come un assillo…e si rapportava sempre a cose e persone con cui era vissuto fino ai diciannove anni…sì, l’ha (anche) confessato, deve molto, forse tutto, a quella striscia di mare che vedeva dal balcone mentre mangiava di malavoglia la sua zuppa di latte, al Castello di Federico, alla voce di sua madre e di suo padre, alla speranza che Ciccio Viceconte aveva acceso…”

Montesardo, il mare, il suo castello sono sempre lì, Tommaso ha fiducia che la storia possa cambiare corso e che “prima o poi qualcuno pagherà per quello che Giulia Bartoli patì davanti al mare la sera in cui la pattuglia della finanza le fece la multa per aver frodato lo Stato riempiendo i barili di acqua di mare”: Ed “ha anche fiducia che il seme della giustizia seminato da Ciccio Viceconte sa rinnovare il suo germoglio…”

Monte Sardo, un altro bellissimo romanzo di Maffìa, che regala alla sua terra un affresco di meridionalità, unico e difficilmente superabile, che è anche un messaggio carico di speranza.

 

MONTE SARDO di Dante Maffìa – Rubbettino Editore, 2014