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LA PAROLA e LA STORIA. Guta, Cuddhura, cuddhuraci

LA PAROLA e LA STORIA. Guta, Cuddhura, cuddhuraci

 cuddure    di GIUSEPPE TRIPODI -

Guta, o Nguta o Sguta dolce pasquale di varie fogge con sopra uno o più uova sode, dal greco augò , uovo, agg. augotòs- augòte-òn , dunque dolce con l’uovo che nella cultura cristiano-orientale è simbolo di Resurrzione, la cui consumazione coincide con la fine della quaresima.

Dal greco Colloùra, in Calabria Cuddhura, ciambella di pane a forma circolare, deriva il diminutivo Cuddhureddha e la forma grecanica Cuddhur-àci, con il suffisso diminutivo greco –aki, appunto la cuddhureddha con l’uovo.

L’impasto più usato, nonostante alternative come la pasta frolla, è quello della brioche: si prepara un lievito (lievito di birra, acqua tiepida e farina) lasciato in luogo chiuso per due o tre giorni e poi si aggiungono zucchero, uova, burro, liquore dolce e farina.

La “massa” viene lasciata a lievitare in ambiente caldo per circa dodici ore. Poi si lavorano i dolci ponendovi sopra le uova già sode e fissandole con sottili stringhe di pasta.

Famose erano le ngute che la famiglia della fidanzata destinava a quella del promesso sposo in cui le uova erano numerose, anche dell’ordine di alcune decine, e incastellate in mezzo a strati di pasta sovrapposti.

Nella famiglia contadina tradizionale la dieta non prevedeva, se non in casi eccezionali come battesimi e matrimoni, il consumo di dolci quindi quelli pasquali e quelli natalizi erano i più attesi ed apprezzati, soprattutto dai bambini.

Nella Calabria catanzarese e nel crotonese il nome della nguta si cambia in Cuzzùpa o Cozzùpa (dal greco Koùtsopon, corno, evidentemente perché vi prevalevano le forme di quel tipo).

In queste ultime aree era consueta fino alla metà del secolo scorso la questua delle cuzzùpe, con canto accompagnato da chitarra (Cozzupàra); si cominciava la sera di sabato santo all’imbrunire e si finiva la mattina di Pasqua all’alba:

“Cominciavamo a prima sera, …, uno portava la bisaccia, due cantavano e un altro suonava la chitarra, certe volte erano tre, certe volte quattro persone. Meno si era meglio si divideva. Perché a quel tempo si andava anche per la canzone, ma non si cantava perché era bello ma perché volevamo la cozzupa; chi ti dava mezzo pane, chi un pezzo di formaggio, chi la cozzupa se l’aveva fatta, però non se ne andavano via a mani vuote, la salsiccia era rara …

‘A Cozzupàra ‘un è ch’a cantammu tutta ‘e na manera; a ra casa cchjù ricca ‘a cantammu cchjù longa, a ra casa du’ poveru ‘a cantammu cchjù curta … tutti l’apettavano a Cozzupara, si levavene, ti faciene trasire dinta … s’è cantata regolarmente fino a vers’u ’50, po’ ‘un stata cantata cchjù!” (Antonello Ricci, TURUZZU CARIATI Ritratto di un “uomo-museo”, Roma Squilibri, 2006, p. 57-58).  

Chiudiamo con una cozzupara tradizionale (in parentesi gli elementi eufonici ricorrenti in ogni verso):

Caru cumpare (ti ma) ti simi venuta/ pe milli voti (si ma)sia lu bon trovata / Diu ti guarda (sta ma) sta cima di parma / sa rosa russa (chi ma ) chi ten’a ra banna …