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LA RECENSIONE: Moira di Giuseppe Bagnato

LA RECENSIONE: Moira di Giuseppe Bagnato

moira

di MARIA FRANCO

È la razionalità – quella che noi definiamo tale – o la follia – tutto ciò che presumiamo irrazionale – a consentirci la comprensione effettiva della vita, il diventare persone capaci di andare oltre il nostro essere irrimediabilmente soli, il raggiungere – «l’intimità (che, ndr) può raccoglierci, può renderci meno soli, legarci, farci sentire parte di un posto dove ci siamo tutti noi, un mondo nostro, dove parliamo il linguaggio dell’anima, privo di pregiudizi, sgombro di paradigmi e preconcetti costruiti per farci apparire e non per farci essere. »?

Moira di Giuseppe Bagnato narra di Ciccio, un bambino che «trascorreva la sua vita in compagnia del vento (…). Ma la sua grande passione erano gli alberi secolari di ulivo. (…) Spesso, quando sentiva il gran vuoto al centro dello stomaco, e non per causa della fame, si arrampicava in cima all’albero di ulivo più alto. (…) Oppure volgeva lo sguardo dal lato opposto e si lasciava sedurre dall’infinito azzurro del mare, che bagnava la grande isola». Un piccolo, grande uomo, che in groppa alla sua cavalla, Asia, riesce ad entrare in una sorta di manicomio infantile, liberando la piccola Moira e i suoi sfortunati compagni dalle grinfie di un medico che fingeva di curarli e in realtà li maltrattava.

La forza di Ciccio sta in una convinzione: «Siamo tutti figli della terra, ma molti se lo sono dimenticati. Diversamente dagli uomini, che non fanno nulla senza avere qualcosa in cambio, la terra, se amata e curata con sacrificio e dedizione, offre i propri doni gratuitamente. Se ci amassimo reciprocamente, ognuno di noi donerebbe all’altro il meglio di sé e contribuirebbe alla nascita di una civiltà pacifica, proprio come quella che esisteva una volta…»

Una favola, sospesa tra sogno e metafora, raccontata per «l’esigenza di liberarmi di un groviglio scellerato di emozioni scomposte (….) addentrarmi nei meandri della mente, per svuotare il mio essere e non rischiare io stesso di precipitare nel silenzio»: «Noi, al contrario di tanti altri, non siamo ciechi, vediamo. Facciamo nostro tutto quello che incontriamo, che accade. Viaggiamo, lottiamo per esso, c’interroghiamo, soffriamo, lo sputiamo fuori e poi… lo raccontiamo. Perché altri ancora possano vedere.»

Giuseppe Bagnato, Moira, Disoblio, euro 12