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Il primo settembre d'una calabrese errante

Il primo settembre d'una calabrese errante

etnamaria

di MARIA FRANCO -

Ti affacci sull’ultima alba delle vacanze.

Il mare d’acquarello, la luna, enorme, che discorre con l’Etna, le loro parole che increspano l’acqua di un lieve tremolio.

Un senso di struggimento ti annebbia lo sguardo e ti buca lo stomaco; senti squagliarsi le giunture.

Quand’eri piccola, non capivi che volesse mai dire: “Partire è un po’ morire”. Ora lo sai. Ogni anno di più.

Certo, lasci una casa per un’altra casa, torni ad un lavoro che ti appassiona, la tua vita, nei limiti (enormi) della precarietà dell’umano destino, ha reti di sicurezze.

Ma il dover andare, non poter permanere dove i tuoi piedi sarebbero pronti ad affondare nel terreno, lasciandovi crescere fitte radici è il peso che, sai, ti porterai addosso per tutto il resto dell’anno (l’anno vero, inizia il primo settembre, non il primo gennaio).

Non scappi da guerre, né dalla mancanza di cibo, non sarai ammassata in barconi o tir. Ma, in forme certo attutite (e, pure, con la consapevolezza che l’essere andata via ti ha enormemente arricchito, ti ha fatto, forse, prendere il posto che dovevi nella vita), resti anche tu, come i tuoi nonni (andati clandestini in America), un’emigrata.

Una calabrese errante, come migliaia e migliaia nella storia.