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LA PAROLA e LA STORIA. Mmua-mmua, Bramari

LA PAROLA e LA STORIA. Mmua-mmua, Bramari

gattonare   di GIUSEPPE TRIPODI

- Mmua - mmua, con questo suono, preceduto dalla preposizione a (a mmua – mmua), si indicava nella Calabria Felix, prima dell’avvento e del sopravvento della lingua nazionale, il camminare a quattro zampe (a quattru pedi, na tèssera podi in grecanico) proprio dell’infante che, agli inizi della sua attività semovente, si trova sospeso tra la posizione distesa e la posizione eretta che acquisirà di lì a poco.

Il caminari a mmua-mmua, equivalente dell’italiano gattonare, è un momento importante nella maturazione psico-motoria del bambino nel quale confluiscono fattori fisico-anatomici, neurologici e ambientali e, secondo alcune teorie pedagogiche non del tutto condivise, è essenziale anche ai fini dell’acquisizione del linguaggio.

Onde alcune difficoltà successive come la dislessia o la balbuzie sarebbero collegate proprio alla ‘mala gestio’ da parte dei genitori di quella fase dello sviluppo; come se per imparare a parlare e a ragionare (l’elemento caratterizzante dell’essere uomini) occorresse una sorta di indispensabile noviziato a quattro zampe, una consuetudine con l’essere animale che l’uomo è stato prima di acquistare la posizione eretta, nonché con le espressioni vocali del mondo animale; infatti non c’è dubbio che a mmua a mmua altro non è che un suono onomatopeico che deriva dal muggito dei bovini.

Per indicare il muggire, soprattutto del vitello che aspetta che la madre ritorni dal pascolo per la poppata, il calabrese usava bramari conio del provenzale medievale bramar indicante il richiamo del cervo in amore. Dunque desiderio ardente e impellente (la brama appunto) del cibo o del partner amoroso; e la bramata di risposta della mucca è collegata proprio al suo desiderio di allattare il suo piccolo.

La lingua italiana ha introdotto il verbo bramire (da cui bràmito) per indicare le voci e i richiami ferini e distinguerli da quelli umani; ma è una distinzione intenzionale e non spontanea, tant’è che tutti i dizionari e la lingua parlata estendono il significato di bramire e di bramito anche ai comportamenti umani.

Il calabrese unisce la funzione del bramare animale a quella dell’uomo nelle condizioni dei desideri o comportamenti ‘primari’: infatti si diceva brama com’un viteddhu orfanusia di un bimbo che piangeva per fame e sia di un malato che urlava per il dolore; d’altra parte bramata, oltre che richiamo vaccino, è anche un urlo minaccioso di chi vuole incutere timore: mi rumpìu tantu i cugghiuni che nnci jettai du bramati e lu fici mi fui ( mi ha rotto così tanto le scatole che gli ho lanciato due urla e l’ho fatto scappare).

Ma la radice di tutte queste parole, br…, è sicuramente onomatopeica ed è legata al brontolio gutturale e sordo che è tipico di alcuni animali, bovini e cervidi per lo più ma anche degli orsi, ed anche dell’uomo in condizione di furore o di orgasmo.

Già l’onomatopea, cioè la ‘parola’ come rispecchiamento delle cose e della loro qualità ben riassunto dall’adagio dei logici realisti del Medioevo: nomina sunt consequentia rerum post rem.

Una eco di quelle posizioni l’abbiamo ritrovata in Olzhas Suleimenov (DAL SEGNO AL SUONO per una preistoria del linguaggio, Roma, Sandro Teti Editore 2015) per il quale non solo “la tappa iniziale di sviluppo della lingua è onomatopeica” (p. 55) ma “ovunque il bestiame di grossa taglia pronuncia una sola parola. A seconda della situazione e dello stato d’animo del ‘parlante’ la parola si distingue per il ritmo e l’intonazione, ma il complesso fonetico e la sequenza dei suoni rimangono costanti. Questo complesso dei suoni è in grado di trasmettere tutta la gamma delle emozioni e delle informazioni sensibili che il bestiame può provare: la fame o la sazietà, la tenerezza per il vitellino, l’insoddisfazione, la collera e la paura, così pure l’amore, il dolore, la sofferenza e la morte (p. 57).

Sicché dal muggito del toro (muh) e dal suo culto preistorico sono derivate le parole che in protoslavo indicavano di comunità come my (noi) nonché dal suo elemento più importante, le corna appaiate assimilate dalla fantasia dei primitivi alla mezzaluna, sono derivati i nomi inglesi della luna (moon, luna o mezzaluna) month (mese come periodo di tempo intercorrente tra l’apparire e il riapparire periodico della mezzaluna) nonché man, inglese, e l’altoiranico mans e manas (marito, come ‘toro’ per la donna) che attestano il profondo legame tra uomo ed animale nelle comunità primitive(p. 58).

Legame che traspare anche dall’espressione a mmua-mmua e dal verbo bramari su cui ha ruotato la nostra riflessione.