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IL DIBATTITO/2. Calabresi, quale identità?

IL DIBATTITO/2. Calabresi, quale identità?

identità2   di ENZO MUSOLINO*

- Daniele Castrizio, sulla scorta di una delle tante sollecitazioni sorte da un dibattito organizzato dalla Calabria d’Autore di Antonio Calabrò, ha pubblicato, il 24 febbraio u.s., un bell’intervento su ZoomSud, relativo alle radici identitarie della Calabresità, contro gli stereotipi e a favore di una riscoperta e rivalutazione dell’originario “greco-romano”. E da un professore/prete ortodosso - come lui si definisce - non c’era da aspettarsi di meglio! Il fascino e l’appeal delle sue argomentazioni è davvero coinvolgente e condivisibile su più punti.

Il dibattito, però, è tale se porta ad un confronto critico, se stimola riflessioni e repliche. Per quel che mi riguarda, le considerazioni sul passato e l’identità greco-romana obliata a causa del prevalere della barbarie “franco-vichingo -germanica” evocata da Castrizio, mi ha riportato alla mente le analisi di Miguel De Unamuno, a fine ‘800, contro il casticismo[1], contro, cioè, un presunto originario puro e statico – la nostra cultura greco-romana, ad esempio – da difendere – come mi sembra voglia fare Castrizio - contro gli influssi mefitici di quei germani che, barbarie dopo barbarie, ci hanno condotto all’Impero Americano.

E’ chiaro, il filosofo Unamuno si riferiva ad un altro casticismo, ad un diverso rischio di fossilizzazione ed immobilismo … parlava e scriveva, infatti, per la sua Spagna decadente chiusa, dopo la sconfitta subita contro gli Stati Uniti e la perdita delle colonie, nei regionalismi escludenti e, per ciò, culturalmente morti e ne invocava - a fine ‘800, lo ripeto - lo scatto libero e forte verso la modernità, il libero commercio, l’Europa intesa come destino arricchente. La sua generazione, la mitica generazione del ’98, contribuì così – spiritualmente, polemicamente e poeticamente - alla rinascita di quella Spagna Eterna che, per Unamuno, nulla aveva a che fare con un inutile ripiego verso il passato, con la battaglia pseudo identitaria contro gli influssi, gli imbastardimenti, le proficue contaminazioni culturali … anche di quelle barbare.

Ora, mi sembra che valga la pena riflettere, sulla scorta di don Miguel, sul vero significato di Tradizione, e ciò, oggi, nell’interesse della nostra terra.

A me pare che il vero tradizionalismo non è mai rivolto al passato, mai perduto nei ricordi. La Storia, ce lo ha insegnato Croce, è sempre storia contemporanea, mossa dagli interessi e dai bisogni dell’hic et nunc. La Tradizione, quindi, è qualcosa che ha senso solo nel presente e per il futuro, altrimenti è cosa morta!

La Tradizione, per tanto, è la “traduzione” attuale di un percorso popolare pieno di innesti paradossali, di conquiste, miserie ma anche di assimilazioni e di integrazioni che, ad esempio, in Calabria consente a molti – senza assurdi rifiuti ed infantilistici ostracismi - di gioire tanto per la riscoperta delle antiche radici ortodosse, per un cristianesimo che a Reggio ha cominciato a declinarsi in greco, quanto di rimanere colpiti dall’opera di santità e di venerare l’azione culturale, morale e civile di S. Bruno da Colonia, il germanico che ci ha insegnato la latinità e spiegato quel Filioque[2] istituzionalizzato dal “barbaro” Carlo Magno e così assimilato nel profondo di tutti gli autentici cattolici che in Gesù santificano Dio, senza limiti, senza folli subordinazionismi … non sono anche queste radici nostre? E lo stesso si potrebbe dire di quelle normanne o, ancor più intensamente, delle nostre radici ebraiche che portarono a conoscere come Aschenazi i reggini.

Non è anche nostra, quindi, la Tradizione di questi fratelli maggiori la cui cultura cosmopolita ed aperta - una volta costretti dagli spagnoli ad abbandonare la nostra Calabria - ha tanto influito anche sullo sviluppo della coscienza americana? Quella che Castrizio declina spregiativamente come Impero? Perché, dunque, selezionare, rifiutare, ridurre le plurime dimensioni spirituali della nostra calabresità?

Unamuno, nella sua ricerca sulle caste originarie dei popoli, della sua Patria, operava un percorso così spiritualmente genealogico che, superata l’illogica contrapposizione tra etnie, razze e culture succedutesi nel tempo e tutte versanti sangue ricco e prolifico sulla sua Spagna, approdava alla valorizzazione, nel presente, dell’Universale Casta Umana e dell’Universale Valore Uomo tradotto, ovviamente, nelle diverse lingue, nei diversi concetti, nei molteplici carismi che hanno attraversato, crocifisso e purificato arricchito la Storia del suo popolo, come per noi del nostro.

A questa Calabria Eterna anche noi dovremmo tendere, ad un ragionamento sull’identità calabrese che sia più etico che etnico, più aperto che escludente. Di rigidità ottuse ne abbiamo già abbastanza e non vorremo, seguendole, sostenendole e rendendole mediaticamente presentabili, giungere davvero a far assurgere ad Identità e Tradizione la proverbiale e stereotipa testa dura dei calabresi.

  

*Docente e ricercatore.



Miguel De Unamuno, Cultura e Nazione, Edizioni Medusa, Milano, 2011.

L'espressione latina Filioque significa "e dal Figlio". Nel contesto della frase qui ex Patre Filioque procedit (che procede dal Padre e dal Figlio), essa esprime la dottrina della Chiesa cattolica che lo Spirito Santo proviene dal Padre e dal Figlio congiuntamente.