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LA PAROLA e LA STORIA. Scekku/a d’i zingari - Zingariari

LA PAROLA e LA STORIA. Scekku/a d’i zingari - Zingariari

scekku   di GIUSEPPE TRIPODI -

  Scekku/a, scekki vizi: gli asini dei contadini calabresi, nonostante qualche loro simile fosse stato cavalcato da Gesù e dai frati Trinitari, non godevano di alcun privilegio ed erano sfruttati per ogni tipo di trasporto: delle persone, anche per i viaggi devozionali a Polsi, del fieno, delle granaglie, dell’acqua (rarissime le famiglie che avevano la fonte vicino a casa).

I giovani usavano gli asini per palii improvvisati e sudatissime gimcane, specialmente in estate, mettendo in gioco la propria spericolatezza nonché la bravura, la resistenza e l’intelligenza degli animali.

Non era infrequente che un asino dalla falcata gigantesca, in grande vantaggio sugli altri, ad un certo punto deviasse dalla pista concordata, magari solo per aver percepito da qualche parte l’odore della femmina in calore; sicché il suo fantino, dopo aver anche cercato in tutti i modi di riportarlo sulla retta via, doveva rassegnarsi a vedersi superare chi cavalcava una vettura scalcinata ma meno bizzarra.

In genere gli asini si facevano cavalcare da chiunque ma non mancava chi si faceva montare solo dal padrone e disarcionava gli estranei.

Scekku mbardatu costituiva, nella cultura contadina, una ingiuria scagliata contro le persone ignoranti che non volevano emanciparsi.

Altrettanto malevolo era il sintagma scekku vìziu dato che i vizi degli asini erano veramente numerosi: l’impuntatura, cioè il rifiuto di passare da un certo luogo, la nnazzàta, cioè l’impennata per disarcionare la persona a cavallo o per disfarsi del carico, e la spaventàta, che consisteva nello scartare improvvisamente di lato per paura di una carta che svolazzava o per un’ombra inaspettata o per un altro qualsiasi rumore; il più esiziale di tutti era la curcàta, cioè il coricarsi improvviso ed il rifiuto di alzarsi per riprendere il cammino. In genere avveniva a pieno carico e il vetturiere doveva prima scaricare la bestia, farla sollevare da terra e caricarla di nuovo. Una vera e propria tortura che snervava anche le persone più robuste; chi voleva evitare la curcàta di un asino vizioso doveva stare molto attento e, al primo indizio, picchiarlo di santa ragione per costringerlo a non fermarsi.

Vizi svariati dunque, di cui alcuni molto antichi.

Fedro racconta di un asino che trasportava sale e, scivolando nell’attraversare un fiume, aveva notato con sollievo che il carico si era sciolto. Sicché la volta successiva, il carico stavolta era di spugne, si era lasciato andare volontariamente nell’acqua ma, ‘non più capace di riemergere dalla corrente, morì annegato’.

Scekku/a d’i zingari (asino/a degli zingari) rimandava alle non buone qualità degli asini dei nomadi che, come i loro padroni, erano sfaticati, con mille acciacchi e con altrettanti vizi.

Ma i proprietari girovaghi per vendere le loro bestie facevano loro un perfetto maquillage: brusca e striglia, criniera messa in piega e coda ben pareggiata, cavezza adorna di nastri e nastrini (zagarèddi); nel corso delle trattative li cavalcavano e li facevano cavalcare a prova ottenendo prezzi abbastanza salati.

Tutta questa attività, come ogni altra volta a far compravendere cose di poco valore, veniva bene espressa dal verbo metonimico zingariari.

Le magagne d’u scekku d’i zingari venivano scoperti quando il malcapitato compratore tornava a casa e i venditori erano lontani e difficilmente rintracciabili.

Era scekka d’i zingari anche una donna dalla bellezza pacchiana e sofisticata nonché di scarse o nulle capacità lavorative.

Sugli scekki d’i zingari si raccontava questo simpatico aneddoto: un contadino di intelligenza non eccelsa soprannominato Trusolèo era andato alla fiera di Porto Salvo, che si teneva a Mèlito nell’ultima domenica di aprile, per rimpiazzare la cavalcatura che gli era morta di vecchiaia; come fu e come non fu, finì per invaghirsi di un asino inghingherato come una sposa nel giorno delle nozze da zingari delle Retomarine.

Solo a casa il malcapitato compratore aveva scoperto i sette vizi capitali della bestia. A causa dei rimbrotti della moglie, che con acuti da mezzosoprano l’aveva proclamato più asino dell’acquisto che aveva fatto, il malcapitato era stato costretto a vendere subito la bestia, naturalmente ad altri zingari, rimettendoci parecchio.

Dopo alcuni mesi Trusoleo si era recato per tentare migliore sorte alla fiera della Cappella di San Pantaleone e fu colà calamitato da una bestia che appariva la più brillante e disinvolta di tutta la fiera: un pelo liscio da far paura, una cavezza scintillante, un basto nuovo, un pettorale e una postolèna di cuoio nero e lucido, un sottopancia di tessuto morbido e aderente. Cercò di osservarla approfonditamente e, mentre stava quasi per farsi convincere dalle sollecitazioni del venditore, da una cicatrice sul garrese si accorse che in realtà si trattava della stessa scekka d’i zingari che aveva acquistato in precedenza e che era stato costretto a rivendere.

Si terse col fazzoletto il sudore che aveva cominciato ad imperlargli la fronte per lo scampato pericolo e, col permesso del promittente venditore, sussurrò all’orecchio sornione e distratto della bestia questa frase: Mi ti ccatta scekku cu non ti sapi (Che ti compri chi non ti conosce”).

Poi si volse altrove per concludere l’affare.

Da allora l’espressione Mi ti ccatta scekku cu non ti sapi! fu ripetuta preventivamente anche a tutti i bipedi che cercavano, in modo maldestro, di occultare le proprie piaghe e i propri vizi.