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La Calabria e i calabresi in CHIUDI E VAI di Calabrò

La Calabria e i calabresi in CHIUDI E VAI di Calabrò

chiudi e vai3   di DANIELA SCUNCIA

- Antonio Calabrò nel suo Chiudi e vai racconta tra i sussulti del tempo, tutto ciò che avviene tra le albe e i tramonti dentro la vita di un Capotreno, nel percorrere tratte imbiancate di sole e stordite di mare, di mattine e sere sempre nuove e diverse -ogni volta descritte con uno stupore autentico. Uno scorrere a piccole scosse, sferragliando tra i mesi che si susseguono rapidi e si innestano sui binari, gradendo solo brevi soste per un caffè e un buon libro, o per salire fino ai giardini del santuario di San Francesco.

Un raccontare in movimento perenne, ma dall’interno immobile di un treno dove passa una società sotto lo sguardo del suo controllore. Il valore di questo racconto nasce proprio dal particolare sguardo dell’autore, incapace di celare lo sconfinato amore per tutta l’umanità: quella onesta dei lavoratori pendolari, degli studenti in transito, degli innamorati, della gente sopra le righe, fuori le righe...

Piccoli quadri si stagliano sullo sfondo dei vagoni, tra i tavolini e le poltrone di seconda classe disegnando l’amore sfacciato e allegro di un san Valentino studentesco, e l’amore clandestino e maturo, l’amore delle donne africane che sul treno operano la loro trasformazione in signore della notte, gli incontri con gli ultimi, i rinnegati dalla società: i folli, che non sono i grado di affrontare questa vita tutta in salita e si sono arresi ritornando bambini, chiudendosi nei sogni; e poi l’incontro con un uomo di 105 anni, un uomo parco, piccolo, potente dei suoi anni in una saggezza spicciola senza misteri, la saggezza di un uomo onesto.

In tutti questi incontri, in queste descrizioni Antonio Calabrò non si effonde in aggettivi, non si perde nel raccontare ma riesce a mettere a fuoco con estrema efficacia le relazioni tra il singolo e la società, inquadra implacabile le situazioni e riesce a formulare un’analisi sociale, molto più significativa ed efficace di qualunque trattato sociologico; proprio perché le sue astrazioni partono da casi concreti e il suo sguardo non è, nonostante le apparenze, buonista. Al contrario, sebbene si faccia prendere dal suo innamoramento per gli ultimi, non dimentica mai che per una corretta visione di un fenomeno occorre un certo distacco, che riesce a praticare con arte e leggerezza, senza sfiancare inutilmente il lettore con tiritere antropologiche, ma lo illumina con la chiarezza dell’esempio vivo.

Il nostro capotreno racconta il diverso modo di essere uomini, di affrontare la sofferenza, la gioia insomma la vita, non solo dei passeggeri ma anche quella dei colleghi e la sua, senza pietosi sconti per nessuno, sempre a testa alta anche nel confessarsi nell’umana fragilità.

Il racconto si dipana in una sfilata di mesi (da settembre a settembre) nei quali vengono inseriti i differenti quadri narrativi, piccole storie descritte con lo stesso tono, capaci di creare in questa sequenza temporale un’unità narrativa compatta, caratterizzata da un autentico affettuoso entusiasmo descrittivo, affiancato da una rara lucidità soprattutto nelle analisi a riguardo della “calabresità” vissuta nelle sue forme migliori e deteriori. L’autore ammicca ai suoi autori preferiti, così dallo sfacciato Melville iniziale, ritroviamo Calvino e un po’ di Pirandello, il cappello del dottor Sachs, la rosa di Eco, i poveri di Orwell e un po’ di Iliade e di Odissea, ma soprattutto troviamo la musica rock dei Led Zeppelin, Syd Vicious, Bill Cobham, lo sfortunato Robert Genco e molti altri inciampati tra le righe che il lettore non faticherà a rintracciare.