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CALD’A. Villari: ma il rock per restare rock deve restare adolescente

CALD’A. Villari: ma il rock per restare rock deve restare adolescente

calda     di STEFANIA VALENTE -

“Prendi un bicchiere, riempilo d’acqua, e immagina che rappresenti la musica. Poi versa ancora acqua nel bicchiere, lascia che strabordi e avrai il rock. Il rock è tutto quello che esce fuori dagli schemi”.

Francesco Villari, musicologo e scrittore, ospite di Calabria d’autore, ci ha lasciato questa definizione personale del fenomeno rock. Insieme a lui, sul palco, per presentarlo e intervistarlo, Antonio Calabrò e Daniela Mazzeo. Presenza non prevista ma graditissima, il maestro Salvatore Familiari, musicista e compositore reggino.

Si parla di rock, ovviamente, e di musica, in occasione della presentazione del libro di Villari “Cartoline rock”, raccolta di cento brani di musica con commento e note esaustive dell’autore, i cento pezzi del rock più significativi, quelli che hanno fatto nascere o cambiato la scena musicale internazionale, e che hanno costruito in definitiva la storia del rock.

Villari si lascia intervistare. Risponde alle domande di Calabrò, a volte anche sfiorando la sfera personale. “Cosa ha rappresentato la musica per te?” “Mi ha salvato la vita, è stata ed è la cosa più importante della mia esistenza, mi ha tenuto lontano dal contesto piuttosto difficile dei patinati anni 80, e ha dato un senso alla mia adolescenza accompagnandomi fino alla maturità”

“Tu pensi che la musica sia finita?”, domanda con compostezza Daniela, e intanto il maestro Familiari sussurra piacevolmente con la chitarra un brano dei Doors. “No. La musica non è finita. Ha solo un ruolo diverso, o forse non ha ruolo. Mentre il rock aveva un valore politico, esprimeva attraverso la musica un pensiero, una corrente di appartenenza. Non era solo musica, era una maniera di vivere e di intendere la vita. Il rock era pericoloso e rivoluzionario, cosa che certamente non è più.”

La discussione si sposta sulla musica etnica, calabrese in particolare, molto cara a Daniela Mazzeo ed anche a noi, si parla dei Mattanza e di Mimmo Martino, con la chitarra del maestro che ci ricorda qualche nota e i tre interlocutori sul palco si interrogano sulla mercificazione che trasforma la musica in prodotto musicale e che contamina in senso negativo anche le composizioni etniche che, per loro natura, rappresentando le radici dei popoli e delle culture, dovrebbero essere scevre da qualunque interesse economico.

“La storia del rock è come la storia di un uomo” avverte Villari “nasce e si esprime a vagiti, budappa Lula burochenvù, cresce e si esprime con contenuti (anni 60), diventa adolescente (The Who, Rolling Stones), poi borghese, e infine rompe tutti gli indugi, si toglie la cravatta e diventa punk. “

Il pubblico rimane sospeso in questa metafora, e condivide con un applauso spontaneo. Insomma il rock se vuole essere rock non deve crescere, deve stare lontano dall’imborghesimento, deve rimanere per sempre adolescente. Forever Young, come diceva Bob Dylan, o gli Alphaville, per i più giovani.

E’ una discussione impegnativa, quella sul rock, e affascinante, che ci porta su temi importanti, e che ha trovato stasera un interlocutore studioso e appassionato, che ha selezionato cento brani non solo per gusto personale, anche se quello è imprescindibile, ma soprattutto per il contributo che hanno dato alla storia. Un interlocutore competente che sceglie come canzone d’amore preferita un brano di Francesco Guccini, che scarta Vasco Rossi dalla storia del rock consapevolmente, che nutre un’avversione potente verso gli anni ottanta e che crede fermamente che il rock per restare rock deve rimanere bambino. Che è cresciuto con la musica del Banco del Mutuo Soccorso e che apprezza con maturità musicale gli Area.

Francesco Villari e il suo libro meritano veramente un lungo, caldo applauso.

La serata si chiude con un leggero aperitivo e il pubblico si disperde lentamente verso casa. Una domanda è rimasta a tutti gli amanti del rock e della musica, una domanda pungente e dolorosa: la musica è morta? è finita davvero come profetizzava Morrison?

No. Io non credo. E poi, ho sentito il maestro Familiari bisbigliare la risposta, sul palco, tra un sussurro della sua chitarra e una domanda e l’altra: “la musica non muore mai”.