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LA PAROLA e LA STORIA. Scekki e patruni

LA PAROLA e LA STORIA. Scekki e patruni

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- Scekki e patruni: nella famiglia contadina l’asino, a meno di vizi o malattie, accompagnava per un lungo tratto la vita del padrone e ne prendeva anche il nome:

1) u sceccu i Don Memmu accompagnava il padrone nel suo viaggio quotidiano tra l’Aranghìa e Melito e disarcionava chiunque, al di fuori di esso, tentasse di cavalcarlo;

2) u scekku i Ndandà era molto docile e trascinava il carretto nei piccoli trasporti per le vie di Melito; non era molto bello per cui era preso ad esempio nelle offese che i melitesi si scagliavano l’un l’altro (ndavi i labbra com’u scekku i Ndandà, è cchiù bruttu d’u scekku i Ndandà, e cu a voli mancu u scekku i Ndandà; detto, quest’ultimo, di una ragazza che era tanto brutta da non poterle diagnosticare fidanzamento o matrimonio);

3) u scekku i Cugliermu era famoso per gli amori che lo coglievano specie nei mesi di primavera e che manifestava con selvagge ragliate ed agitazioni che mettevano a dura prova le capacità contenitive del padrone; dopo che alcuni ragazzacci, all’insaputa del legittimo proprietario, l’avevano usato come stallone per la propria asina si era scatenato in ripetute performances sessuali osteggiate dal padrone, timoroso che ne fossero depotenziate le capacità lavorative. Di queste eccitazioni aveva fatto le spese un’asina la cui la padrona, eccessivamente zelante e bacchettona, aveva tentato inutilmente di difenderne l’onore disponendo a difesa delle parti intime della propria bestia nientemeno che il proprio grembiule;

4) u scekku i Don Petru apparteneva ad un ambulante che vendeva frutta e verdura tra le strade polverose del rione ferroviario di Reggio Calabria durante gli anni cinquanta del secolo scorso; Don Pietro, che era comunista, imponeva all’asino il nome di politici di opposta fazione sicché, bastonandolo con un certo sadismo, si immaginava di infliggere quelle plateali punizioni a coloro che secondo lui erano responsabili dei malesseri della nazione.

Don Petru diventava intrattabile quando, quasi sempre, le elezioni andavano male per la propria parte; in tali occasioni erano assicurate razioni supplementari di bastonate al povero asino.

<<E chi ‘nc’intra u scekku?>> gli chiedevano gli astanti.

<< ‘Nc’intra, ‘nc’intra! - rispondeva sarcastico il verduraio – Iddhu è com’u populu, chi non si ribella e non protesta // e scekku cchiù d’u scekku sempri resta!>>.

La simbiosi tra uomo e asino si manifestava, oltre che in campagna, anche nei centri urbani che avevano intorno una area agricola frammentata; non era raro che l’asino, fondamentale per recare da casa al campo e viceversa il contadino, fosse ricoverato nelle parti basse delle case o, in mancanza, finiva per condividere con gli altri famigliari le povere abitazioni popolari.

A Tivoli, in provincia di Roma e dopo la fine dello Stato Pontificio, venne introdotta una imposta sul ‘bestiame di città’ poi abolita soltanto con deliberazione n. 10 dell’11 gennaio 1922 della Giunta Comunale per ‘l’immenso fastidio della popolazione agricola, la quale deve soggiacere a controlli continui e a discussioni … e colpisce gli immediati lavoratori della terra’.  

Riportiamo qualcuno dei tanti proverbi che accomunano scekki e uomini:

  1. Ttacca u scekku undi voli u patruni / puru mi s’u mangianu i cani (lega l’asino dove vuole il padrone anche se c’è il rischio che se lo mangino i cani randagi) usato per sottolineare la convenienza dei subordinati a ubbidire sempre e in ogni caso al padrone, anche in presenza di ordini assurdi.
  2. “Quandu u scekku non voli mbìviri avìssi vògghia mi nci frìschianu!” (Quando l’asino non vuol bere hai voglia di fischiargli!); la massima fa riferimento al fatto che i contadini, quando in estate portavano le bestie ad abbeverarsi dopo la pastura antimeridiana, solevano accompagnare l’abbeverata con dei fischi modulati che servivano a tranquillizzare gli animali e ad invogliarli a protrarre l’assunzione di acqua che poi doveva bastar loro per l’intera giornata. Naturalmente le bestie, come l’asino del proverbio, quando si erano dissetate smettevano di bere nonostante il fischio del padrone (Analizza a fondo il detto Carmelo Saltalamacchia, in Saggezza popolare e filosofia, Reggio Calabria, Gangemi, 1992, pp.89-93).
  3. Lu scekku chi mangia ficari / si leva u viziu quando mori: proverbio sulla difficile redenzione degli asini viziosi, anche di quelli a due piedi;
  4. U scekku chi portau l’acqua si la mbippi (l’asino che portò l’acqua se la bevve), detto di conferimenti alimentari alla tavola di una comune scampagnata in cui un soggetto mangia tutto ciò che ha portato senza farlo assaggiare agli altri;
  5. U scekku i leva e u scekku i riporta, riferito al trasporto di cose o al compimento di azioni che devono fare gli altri e delle quali, pertanto, non bisogna darsi pena;
  6. Tanti nenti mmazzanu u scekku: il proverbio, che avrebbe fatto felici i teorici del calcolo infinitesimale, fu coniato da un contadino che, nel ritornare a casa dalla campagna, aveva sovraccaricato la soma del suo asino con tanti piccoli fardelli di viandanti stremati; ad un’ultima richiesta, motivata dal fatto che il peso da caricare sull’asino fosse ‘nenti’, il padrone si sottrasse ribattendo al postulante che tanti niente avrebbero finito per ammazzare il suo asino.

Infine i modi di dire: oltre a ‘fari u scekku nt’o linzolu’, equivalente a ‘fare lo gnorri’ e di origine ignota, e oltre all’arcinoto ‘ a lavari a testa a u scekku si perdi l’acqua e la liscìa’, di cui esistono versioni infinite originate dal latino ‘operam et oleum perdere’, dobbiamo parlare di una storiella maturata in ambiente reggino: un contadino, che di tanto in tanto andava in città a vendere prodotti del suo orto, era colpito dal fatto che i ‘piscistoccari’ ordinassero al bar una bevanda a lui sconosciuta, il caffè.

Pensando che il caffè, come tutte le cose di città, fosse molto caro e nondimeno deciso ad assaggiarlo almeno una volta, il contadino decise di risparmiare per poter accedere a questo sfizio.

Con il portafoglio rigonfio si presentò nel bar più famoso di Reggio e, legato l’asino fuori, si presentò al banco ordinando un caffè.

Al momento di pagare, sorpreso per l’esiguità del prezzo, sbottò: ‘Non sapiva chi era stu cafè! Dàtimi n’atri deci pe mmia e un bagghiòlu pu me scekku!”.