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IL DIBATTITO. Chiudi e vai, la scrittura lividi e carezze di Antonio Calabrò

IL DIBATTITO. Chiudi e vai, la scrittura lividi e carezze di Antonio Calabrò

cev   di TIZIANA CALABRÒ

- Molti mesi dopo, di fronte a un marciapiede deserto, immobile e minaccioso come un plotone di esecuzione, dal “suo” treno, il capotreno Antonio, il ferroviere fuggito da Macondo, pensa alla vita che corre, a volte senza senso, spesso faticosa, a tratti generosa e indulgente, a volte nemica. Sono gli ultimi giorni di agosto, è notte, la stanchezza addensa i pensieri, lui sente l’urgenza del ritorno, nell’anima si sedimentano silenziose saudade che appartengono ai pensatori profondi.

Ma ritorniamo all’inizio della storia, con cui Antonio Calabrò - autore di “Chiudi e vai. Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale” edito da Disoblio Edizioni – aziona i ricordi. E’ settembre e l’ufficio in movimento del “capotreno esistenziale” “accoglie gli studenti che hanno appena ricominciato la scuola”. Fuori dai finestrini il mare, che in quel periodo dell’anno “è un invito al languore”.

Antonio osserva il mondo fuori che scorre, riportandoci a tratti la sua struggente bellezza e osserva i passeggeri muoversi dentro gli spazi ferrosi dei vagoni. L’incipit appartiene ai ragazzi. Nel libro sono il pretesto per riflessioni intense sulla giovinezza, sul tempo che va in quest’epoca balorda, “disperato e senza sogni”. Il treno raccontato da Antonio si svuota e si ripopola con una varietà umana che appartiene ai luoghi di confine come la Calabria. Il treno diventa un pretesto per riflettere sul senso del nostro esistere, per narrare con tenerezza spietata volti, malinconie, solitudini e momenti sublimi di bellezza. Attraverso le esistenze multiformi, i gesti, l’incedere dei passi, le disperazioni, Antonio racconta noi stessi in corsa dentro “questa strana avventura che chiamiamo vita”.

Con l’abilità raffinata di un prestigiatore ci fa sedere sul treno e attraverso il suo sguardo sagace, con lui percorriamo il tempo e lo spazio. I mesi si susseguono, il paesaggio calabrese muta con le stagioni, distante con la sua perfezione antica dalle vicende degli esseri umani. Matti, prostitute, sbruffoni senza futuro, poveri cristi, amanti in cerca di un anonimato che restituisca loro baci e conforto, uomini feriti, donne sfiorite, c’è lo sguardo affettuoso verso i colleghi che con lui condividono la fatica, ci sono i ragazzi pieni di vita e qui e ora e musica. E’ una partitura ricca questo libro. La scrittura di Antonio è corpo e anima, è lividi e carezze. Lascia tracce nel pensiero che fluisce, sobbalza il cuore, ti incanta e ti innamora con il suo disincanto, ti lascia addosso il rumore del treno e della vita. E quando giri l’ultima pagina su un agosto ormai al termine, ne senti già la nostalgia.