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LA PAROLA e LA STORIA. L’ultimo SCEKKU (ciucciu, sumeri, molenti)

LA PAROLA e LA STORIA. L’ultimo SCEKKU (ciucciu, sumeri, molenti)

asini   di GIUSEPPE TRIPODI

Scekku, ciucciu, sumeri e molenti:  etimologie e letteratura.

Il calabrese registra scekkaru, addetto ai trasporti con gli asini, e scecchignu, aggettivo e avverbio, col membro lungo come quello dell’asino, iri scecchignu, andare di membro come l’asino.

Dal greco sagma, soma, basto, è derivato, attraverso il tardo latino sagmarius come l’italiano somiere e il francese sommier, il calabrese sumèri (da cui anche sumeraru, asinaio, che diventa anche antroponimo nei cognomi, diffusi anche in Campania e Puglia, Semeraro e Someraro). Stesso etimo per l’ungherese szamar.

Ma potrebbe esserci un legame anche con soma-tos, in greco corpo anche morto, cadavere, platonicamente la prigione dell’anima; un basto che pesa su di essa trascinandola verso il mondo sensibile,

Accanto a scekku e sumeri il calabrese presenta, come l’italiano ciuco e come parole omofone di altre regioni dell’Italia meridionale, ciùcciu (onomatopeico per Bruno Migliorini, derivato da Ciu-Ci, Ciu-ci che dovrebbe essere trascrizione del raglio asinino).

Sull’importanza economica del ciuccio, su quanto fosse difficile per i più poveri procurarselo ricorrendo anche ai prestiti degli strozzini, e sul dramma che la sua morte provocava nelle classi povere del Mezzogiorno d’Italia ha scritto una bella pagina un artista foggiano che è diventato un punto di riferimento della musica folklorica del nostro paese ( A chi more lu ciuccio? In Matteo Salvatore, La luna aggira il mondo e voi dormite, Viterbo 2002, p. 11).

L’epicedio dell’asino, e il pianto per la sua dipartita ritenuta più grave della morte della moglie, è al centro di una simpatica canzone popolare della nostra area di riferimento.

Il testo è stato raccolto, aumentato ed arrangiato da Otello Profazio (‘Ho cercato di darne un’interpretazione che facesse risaltare il contenuto drammatico rispetto al grottesco’ in A viva voce, Roma, 2007, p. 24)  che ne ha fatto un cavallo di battaglia di tante sue esibizioni sin dagli anni cinquanta del secolo scorso e, ultimamente, ha ricostruito  una sorta di antologia sul tema proponendo pezzi provenienti da tutte le aree folkloriche italiane.

La lingua sarda presenta burricu che, in comune con l’ispano-portoghese burro e i suoi derivati, risale per Migliorini al tardo latino burricus (cavalluccio); che, però, potrebbe derivare a sua volta da buris, la parte posteriore dell’aratro, in connessione con la trazione asinina o cavallina che se ne faceva nel medioevo.

Molto interessante il metonimico sardo-campidanese molente, girante la mola;   l’asino infatti era aggiogato ad una traversa inserita al centro della pietra del mulino e la faceva girare con moto circolare uniforme. Mincia ‘e molente! è un’apostrofe la cui offensività aumenta se l’espressione è accompagnata da a sorre tua – a mamma tua- a muzzere tua.

Si narra della diffidenza del sardo che, giunto per la prima volta a Torino e sentitosi accogliere dal Cerèa! a lui ignoto, si era cautelato rispondendo: Cerèa mincia ‘e molente, po immoi! Cant’isto a mi nd’infrommai ite boli nai cerèa! (Cerèa minchia di asino a te, per adesso! Il tempo di informarmi cosa vuole dire cerea, e poi ne parliamo!).

Conca e molente! è un insulto analogo al nostro Testa di Scekku!

Ogni area dialettale contadina ha delle forme di interlocuzione con i scekki. Nella Calabria meridionale si registravano: Ih!, invito a marciare, Ih ccà!, Passa da questa parte!, Ih ddhà!, Passa di là!, Vattene!, Sci!, Fermati!, Staccura!, equivalente allo spagnolo Cuidado!, Fai attenzione! Càrrici ccà!, Vieni qua!, Carrici ddha!.

Càrrici è chiaramente onomatopeico e deriva dal suono emesso dalle froge eccitate dei quadrupedi, come le parole parsi Har (asino) e Arabeh, carretto.    

L’asino culturalmente più famoso è quello d’oro di cui racconta Apuleio nel suo romanzo (unico della letteratura latina ad esserci pervenuto intero)  le Metamorfosi: vi si racconta di Lucio, un giovane che a forza di trafficare con filtri e unguenti magici finisce erroneamente per diventare asino, pur conservando  coscienza e intelligenza umane. Seguono disavventure con passaggio da un padrone all’altro (sacerdoti perversi, un mugnaio che lo impiega alla mola, un ortolano, un soldato romano) durante le quali l’asino ha anche il tempo per passare una notte d’amore con una nobildonna di Corinto prima di riassumere, su onirico suggerimento della dea Iside, le sue umane fattezze.

Interessante Brunetto Latini, maestro di Dante Alighieri ( ‘ché ‘n la mente m’è fitta,  e or m’accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna/ Inferno, XV, 82-85), che ci narra dell’asino selvatico così geloso che assale i suoi piccoli di sesso maschile e strappa loro i testicoli (lor cort de sore et lor tranche les coillons) se la madre non provvede a nasconderli ( Tresor, Torino 2016, p. 292).

Chiudiamo la lunga rassegna asinina con Fabrizio de Andrè che nel LP Le nuvole (Ricordi TI P 260, ma il testo si trova ora anche in I testi di tutte le canzoni, San Giuliano Milanese 2009, p. 174-175)  racconta dell’amore impossibile tra un’asina dagli occhi azzurri (… e l’occhi la buricca aia / de lu mare …)  è un aitante giovane ( … cioano vantaricciu e moru …)   i quali, incontratosi casualmente sui Monti di Mola in Gallura, progettano di sposarsi: invitano il paese tutto, il parroco ha già indossato i paramenti ma il matrimonio è inibito perché dagli atti anagrafici risulta che i promessi in realtà erano … primi cugini!

E lu paisi intreu s’agghindesi

pa’ su coiu

lu parracu mattesi intresi

In lu soiu

ma a cuiuassi no riscìsini

l’aina e l’omu

chè da li documenti escìsini

fradili in primu.