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LOCRI. Migliaccio Spina, la mia fotografia autodidatta e creativa su Vogue

LOCRI. Migliaccio Spina, la mia fotografia autodidatta e creativa su Vogue

le carrousel di nms best of su vogue di MARIA TERESA D’AGOSTINO

- «Non conosco altro modo di essere un fotografo se non quello dell’autodidatta. La bellezza dell’errore, la sorpresa del traguardo, la frustrazione di non avere visto bene, la continua scoperta. Tutti questi sono momenti imperdibili della ricerca, della crescita professionale ma soprattutto umana. Per me la fotografia è un’esperienza, dove il risultato è importante ma non è tutto, esiste soprattutto il percorso».

Ama l’immagine che cattura il reale, lo scatto quasi istintivo, il focus su attimi del quotidiano, Nazareno Migliaccio Spina. E rigetta qualunque filtro o artificio lo possa portare lontano da questo modo di intendere la fotografia. «La cosa che più mi terrorizza è frequentare maestri e workshop e immediatamente dopo avere un’idea di fotografia identica a quella che mi si propone, un’idea di fotografia omologata, anonima – dice il giovane artista di Locri ‒. Preferisco di gran lunga essere un mediocre fotografo autodidatta».

Un modo di interpretare l’arte, e la vita soprattutto, per cui tutto ciò che è “invisibile” diviene soggetto. «Fotografo ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma che di solito non guardiamo con attenzione; la quotidianità che molto spesso passa inosservata, perché siamo ormai abituati alla sua presenza. Mi interessa far diventare protagonisti oggetti o persone che, nella distrazione, potrebbero risultare banali, scontati» dice.

Almeno una foto al giorno, da visuali insolite, quasi sempre con il cellulare. Un solo scatto, nessun ritocco, nessuna sofisticazione. Istantanee reali ed emozionali, foto che piacciono alla gente. E che sono finite su Vogue, selezionate per lo spazio dedicato alle migliori immagini da tutto il mondo: undici fino a oggi (qui Le Carousell, pubblicata nella sezione “The best of” di Vogue online). Mentre un ritratto intitolato “Out of sight”, che fa parte di un suo nuovo progetto, è su Artabout, nella sezione OneShot di aprile.

Ma lui continua a guardare Locri e tutti i luoghi in cui viaggia attraverso il suo i-phone. «Mi dà un senso di maggiore libertà, di immediatezza, il cellulare. Vuol dire non inseguire l’attimo ma farsi trovare da esso – sottolinea Nazareno –. Mio padre, anni fa, mi regalò una Canon A1 del 1970. La sua Canon. Da lui a me. Fare foto è questo, un legame. Un sentire che posso ritrovare anche attraverso un oggetto semplice come il telefonino».

La creatività che rigetta dogmi e gabbie, che è fatta di mente e anima, in contatto con le profondità del sentire. «Oggi la fotografia troppo spesso diviene competizione, facendo perdere di vista il piacere. Io voglio che per me continui sempre a essere soprattutto piacere. Il fotografo non deve essere schiavo delle mode del momento. Quella è un'altra cosa, molto più vicina al business che alla fotografia – conclude –. C'è bisogno di introspezione e dignità, credo. Quello che mi interessa di più, ora, non è tanto diventare un bravo fotografo ma una buona persona».