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Al Teatro Primo di Villa SG il Federico II me di Domenico Loddo

Al Teatro Primo di Villa SG il Federico II me di Domenico Loddo

federico II me   di TIZIANA CALABRÒ

- Immaginatevi un teatro, non molto grande e accogliente, con le poltrone rosse e comode e il palco che non è distanza ma sguardo sul pubblico. Un luogo che se ti va puoi anche berci un buon bicchiere di vino e poi sederti pacificato nel buio della sala. Il Teatro Primo, con sede a Villa San Giovanni è un progetto culturale che porta in scena spettacoli di artisti di compagnie locali e provenienti da altri laboratori teatrali italiani. In questo microcosmo avvolgente, qualche sera fa si è tenuto lo spettacolo “Federico II me”, scritto dal nostro conterraneo Domenico Loddo e prodotto dallo stesso Teatro Primo il cui co-fondatore, Christian Maria Parisi, ne ha curato la regia.

Tre personaggi in cerca di un senso al loro esistere, interpretati da Stefano Cutrupi, Elvira Ghirlanda, Alessio Praticò vagano sperduti dentro la scena che li tiene prigionieri. Benedetto, Annunziato ed Elena, tre sconosciuti, si ritrovano dentro un angusto spazio, per evocare l’imperatore Federico II di Svevia e i loro demoni.

“Cosa rimane di Federico? Parole, castelli, codici, ombre. E più di tutto un monito: vivete! Vivete sempre all’altezza della vita (…). Altrimenti passerete l’intero spazio che vi è concesso dal parto alla tomba come un inutile spreco di tempo”.

L’incipit della piece che ha il suono di una voce fuori campo, fa comprendere che i 90 minuti che attendono il pubblico, incendieranno la comoda poltrona sulla quale è seduto. Si parla di vita attraverso eros e thanatos, di cui i tre personaggi sembrano esserne inzuppati fino allo sfinimento. I protagonisti sono portatori di dolori che li relegano in una dimensione di incomunicabilità reciproca. Sono uniti dal desiderio di sfuggire dal palco che li tiene prigionieri e dal bisogno di vedere materializzato l’imperatore “abitato dalla storia”, lo stupor mundi, Federico II, che “malgrado la sua grandezza”, non è sfuggito al richiamo della morte.

La mano di Domenico Loddo non è lieve, è feroce, affonda nella carne e nelle nostre paure ancestrali. Le sue parole sono rese ancora più incisive dalle continue trovate sceniche e dalla intensità degli attori, che portano come in una processione persa nel tempo e nello spazio, le anime ferite dei protagonisti.

Il destino, il tempo, la ricerca di un senso, la malattia del corpo e dell’anima, l’amore che “è la peggiore delle malattie” ma anche “un faro abbagliante che illumina tutte queste tenebre che ci circondano”, il sesso e la carne, la relatività del tempo che quindi non esiste ma che noi uomini ci ostiniamo a tenere in vita. E in tutto questo dire e vagare il controcanto di un ultimo lacerato personaggio femminile, interpretato da Silvana Luppino, che appare improvviso sulla scena, come un fantasma evocato per sbaglio e che si rivelerà il deus ex machina della storia. E poi un finale che non ti aspetti, con un’immagine di lieve poesia che spiazza le inquietudine dell’umano sentire.

E’ impossibile non subire la fascinazione di questa storia, anche quando si fa disturbante e non concede tregua, anche quando lo sguardo sembra farsi impietoso a affatto indulgente. Se ne esce frastornati, come da una giostra che gira vorticosamente. Si ha la sensazione di aver assistito a un’opera inusuale, a un modo di raccontare potente di respiro internazionale, che travalica i nostri ristretti confini e abbraccia tutta la condizione umana.

E una volta riaccese le luci sulla vita vera, vien voglia di bere un altro bicchiere di vino, servito al bancone del teatro che ti ha ospitato.