LA PAROLA e LA STORIA. Petra, Cantunèra

LA PAROLA e LA STORIA. Petra, Cantunèra
Pietre Petra, più che dal latino petra  isolato e poco usato (in sue veci ricorre spesso saxum), viene direttamente dal greco classico  che, oltre a pétra-as,  presenta pétre-es e pétros-ou  (tutte col significato di roccia, sasso, macigno) con una serie di aggettivi collegati e con il toponimo Petra, la Rupe.

Ma le origini sono nell’antico Medio oriente: accadico pataru, tagliare, ebraico patar, rompere, risalenti al paleolitico quando gli strumenti da taglio erano in pietra, come in latino saxum da secare, e rupes da rumpo

In Calabria ci sono  molti toponimi riferibili a petra: Rohlfs ne menziona circa centoventi ma non Petra, piccola frazione di Condofuri a metà strada tra la Marina e il Monte Jongari.

La pietra è stata per millenni, fin’oltre la metà degli anni cinquanta del secolo scorso, il principale materiale di costruzione e nelle dimore rurali calabresi; molte di quelle case, pietre legate con malte di calce (petra e caggi), erano spesso auto fabbricate e sono per la maggior parte rovinate in seguito all’abbandono delle campagne.

Scelto il luogo, riparato dai venti e dal maltempo, i contadini disegnavano un quadrilatero di quattro o cinque metri di lato (non di più perché poi c’erano difficoltà per la copertura) e, con piccone e pala, facevano le fondazioni. Le prime pietre erano quelle angolari, molto grandi per legare i muri finitimi e reggerne buona parte del loro peso: cantunere di muru si chiamavano o anche petre di cantunera.

Petra disprezzata esti capa di cantunera o Cantunera di muru: il proverbio sottolineava che il requisito delle cantunere era la solidità e non la bellezza. La cosa aveva anche una valenza metaforica con riferimento a uomini e donne che magari non erano appetibili esteticamente e perciò disprezzati. Fino a quando, però, qualcuno furbo non ne faceva la pietra cantoniera della propria vita.

Le buone cantoniere in genere resistevano anche ai terremoti; a metterle in pericolo erano le parole fuori posto, le parole insensate che, spesso, iettavanu cantuneri di muru!

Ma cantuneri erano le pietre miliari, a forma di tronco di piramide piatta la parte oblunga parallela al corso della via, che misuravano ogni chilometro delle vecchie strade statali e provinciali; tra un chilometro e l’altro c’erano ogni cento metri dei pilastrini, anch’essi di pietra, che fuoriuscivano dal terreno per poco meno di cinquanta centimetri e che venivano chiamati paracarri.

La manutenzione dei tratti stradali era affidata ai cantonieri che abitavano spesso in case disposte ai lati della carreggiate dette case cantoniere.

I muri perimetrali delle abitazioni, ‘a muru chinu’, era fatti all’esterno con pietre  larghe destinate a non essere intonacate (petri a facci vista) mentre all’interno si impiegavano scaglie più piccole e irregolari: ad armonizzare e riempire il muro venivano usate pietre pesanti alcuni ettogrammi (mazzacani) e gli straci*, dal greco óstrakon-ou, tegola, coccio di terracotta.

Gli archeologi hanno riesumato in tutta l’area mediterranea migliaia di óstraka  ornati da disegni di varia foggia e colore; nella Grecia classica servivano a trascrivervi sopra i voti favorevoli alla  proscrizione decennale per cittadini ritenuti pericolosi per gli equilibri politici delle città-stato.

A Condofuri Marina esiste Contrada Straci ove, per la presenza di terreno argilloso, dovrebbero esserci state delle fornaci.

Rohlfs ricorda il toponimo Stracìa, in comune di Palizzi, dove una volta si facevano i mattoni, e di un analogo nome comune, terriccio di mattoni, censito nel territorio di Reggio Calabria.

Ma stracìa era anche la malattia che colpiva  il grano nelle primavere molto umide; dopo essere cresciuto molto lo stelo si adagiava a terra a causa delle folate di vento e,  coperto di una polvere rossastra (colore  degli straci), si essiccava  non permettendo la crescita e la maturazione delle spighe.   

Un sinonimo assai diffuso di Petra è Rocca, toponimo anche, che significa grande masso da cui spesso sgorgava acqua ritenuta molto pregiata. Il proverbio acqua di rocca e nicchiu di zoppa non spiega la ragione per cui i genitali di donna claudicante siano buoni come l’acqua sgorgante dalla pietra dura.

 A volte i contadini raccoglievano intorno a qualche rocca insistente sul loro campo le pietre di cui liberavano il terreno; l’ammasso veniva detto roccali.

Nei pertugi delle grandi rocche nidificava il gufo (cuccugnàu) e vi rimaneva sempre fedele; sicché ogni cuccugnàu torna sempri a li so’ rocchi si dice metaforicamente anche di persona che, pur emigrando per necessità, appena può ritorna al paese di origine.

Proverbiali erano anche li petri di la via, che i viandanti solevano scansare con il gesto di Don Abbondio (proseguiva il suo cammino, guardando a terra e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero); di tanto in tanto però, perché li petri di la via non tutti si ponnu scansari

*Straci, è il titolo di un libro di parole e racconti di straordinario interesse letterario pubblicato nel 2007 da Calabria Letteraria Editrice e scritto da Giuseppe Tripodi, un libro la cui lettura Zoomsud consiglia a tutti i suoi lettori. (alva)