Quandu nci su li fogghi di la serra / e nta li fossi non luci lu jelu / no nc’esti lettu megghiu di la terra / no nc’è suffittu megghiu di lu celu. I quattro versi che costituiscono l’esplicit nella più bella lirica dialettale della Calabria romanza (Aspromunti, di Napoleone Vitale) fanno di necessità virtù: il dormire per terra e all’addiaccio, condizione frequente delle classi agrarie, si converte nell’esaltazione del pecuraru re di la muntagna che, quasi novello Prometeo, sembra immune dalla sofferenza e proteso nell’eroico sforzo di affermare sé stesso contro la natura matrigna.
L’esigenza di trovare un ‘soffitto’ un po’ più comodo del cielo ci porta a discorrere della ‘copertura’ delle case contadine che, in quelle più piccole e povere, era per lo più ad una falda e fatto di canne accostate con sopra un po’ di terra e di coppi; meglio se la cannizzata era fatta di steli di diametro minimo perché ce ne entravano di più nello spazio da coprire e distribuivano il peso da sostenere.
Era uno degli impieghi più importanti di una risorsa naturale, le canne appunto, con le quale si facevano anche recipienti per i più disparati impieghi: còfani, cofaneddhi, panari, panareddhi, cannizze e ghissàle (quest’ultime per contenere al fresco il grano appena trebbiato).
Le case di una certa grandezza, sempre di forma quadrangolare, presentavano sopra i due muri ortogonali all’entrata un’appendice a forma di triangolo equilatero su cui venivano appoggiate le travi; al vertice superiore si appoggiava al travu di curmara (in italiano trave cormareccia) da cui si dipartivano le due falde del tetto.
Per coprire la curmara si usavano coppi grandi e robusti murati a cemento.
Se la larghezza del tetto superava una certa misura se ne rafforzava la stabilità collocando al centro di esso una rudimentale capriata triangolare che veniva denominata fòrfica o fòrfici ed era costituita da una trave-base appoggiata ai muri anteriore e posteriore (in italiano catena)e da due travi che reggevano di due displuvi del tetto (in italiano puntoni), con il vertice sotto la curmara.
Lungo il travu curmara, aderenti ad esso e alle altri travi disposte a metà e alla fine di ogni falda nonché parallelamente agli spuntoni della forfica, venivano inchiodati, a distanze inferiori alla larghezza dei coppi, i ciauruni (per Rohlfs dal francese chevron, travicello, ma può darsi che entrambe derivino dal latino Cervus, forcone, palo della vite), correntini ottenuti dalla sezione a metà di robusti rami di castagno.
Su due ciauruni contigui si appoggiavano, con la parte concava rivolta all’in su, le file di coppi (in calabrese ceramite, dal greco keramìdion-ou, declinate anche al diminutivo, ceramiteddhe, e al superlativo, ceramituni).
Le file di ceramiti adagiate sui ciauruni (suttane) venivano legate da una fila di suprane che cavalcava il sostegno e lo copriva.
Di tanto in tanto il contadino risistemava il tetto (votava la casa) invertendo la collocazione dei due tipi di ceramite.
Dalle ceramite rotte si ricavavano le menzi ceramiti, mezzi coppi, che nelle stagioni fredde venivano riscaldate al focolare o al camino e, avvolte in uno straccio, servivano per scaldare i piedi dei bambini e dei malati.
Gli spezzoni di ceramite si chiamavano straci, dal greco ostrakon-ou, e servivano per riempire i vuoti nella muratura fatta con pietre irregolari, a malta o a secco che fosse.
In Calabria ci sono i toponimi Straci (Condofuri Marina) e Stracìa (Palizzi), entrambi riferiti a zone argillose dove un tempo esistevano delle fornaci.
Stracìa è anche la malattia che colpiva il grano nelle primavere molto umide: lo stelo cresciuto eccessivamente in altezza si piegava al primo colpo di vento e si adagiava a terra ricoprendosi di polvere rossastra (rosso infatti era il colore predominante delle ceramite), impedendo il passaggio della linfa che doveva alimentare la spiga.
I chicchi colpiti dalla stracìa marcivano e si annerivano, Carbuni nel gergo degli agricoltori, diventando perciò inservibili; anzi occorreva lavare il grano per farli galleggiare e separarli da quelli buoni.
Chiudiamo con il primo indovinello che abbiamo imparato da ragazzi:
Nd’aju na murra di pècuri russi / quando pìscianu pìscianu tutti, dove ovviamente, il gregge di pecore rosse sono le tegole che, quando piove, pisciano tutte in una volta.