GAMBARIE. Il libro dell’incontro, tra giustizia riparativa e rivoluzione della tenerezza

GAMBARIE. Il libro dell’incontro, tra giustizia riparativa e rivoluzione della tenerezza
incontro Un libro di ampio respiro è occasione di riflessione su un tema di grande interesse, qual è la giustizia ripartiva, offrendo lo spunto ad un’analisi più profonda relativa a tutte le situazioni di conflitto che serpeggiano lungo il nostro pianeta, pronte ad esplodere, in clima arroventato e pericoloso, dove il volto dell’altro, diverso da noi, per cultura, razza, ideologia, religione, è sempre più facilmente cancellato e avvertito come nemico da contrastare con ogni mezzo.

L’incontro e il dialogo è ciò che più manca in questa realtà storica che passerà alla Storia per la costruzione di nuovi muri e lo sgretolamento di quel difficile processo di pacificazione avvenuto dopo la seconda guerra mondiale. “Il libro dell’incontro” ed. dal Saggiatore, scritto dal padre gesuita Guido Bertagna che, con il criminologo Adolfo Ceretti e la giurista Claudia Mazzucato, hanno vissuto un’esperienza fondamentale, paradigma di come sia possibile affrontare e in certa misura risolvere fratture e conflitti drammatici.

Se n’è parlato a Gambarie, dove si è svolto all’inizio del mese di novembre un importante Convegno Nazionale della Comunità  di Vita Cristiana e della Lega Missionaria Studenti, sul tema “La rivoluzione della tenerezza”, che ha visto impegnati per alcuni giorni 300 persone, che da tutta Italia, sono venute in questo angolo di Aspromonte ad interrogarsi e farsi interrogare dalla complessità di una terra che fa tanto parlare di sé, in realtà poco conosciuta, che tanto ha da dire a chi si pone in ascolto. Relatori importanti si sono confrontati su un tema che spiazza e spariglia le carte. Ciascuno a suo modo, per la sua esperienza, ha dato testimonianza di come si possa declinare questa parola così diversa, così fragile, traendo da essa la segreta energia dirompente. Vivendo la vocazione eremitica, oppure una vita al servizio della cultura e della scuola, ed ancora, attraverso il discernimento, cogliendo quale può essere la priorità da affrontare, la sfida impossibile per sanare una ferita profonda del nostro paese.

E’ quello che p. Bertagna insieme ai suoi amici ha vissuto per alcuni anni, traducendo l’esperienza in un libro. Prima nessuna giustizia umana, alcun processo, commemorazione e dibattito mediatico, erano riusciti a sanare la ferita dei cosiddetti “anni di piombo”.  Etichetta che però impedisce di riconoscere l’altro, racchiudendo in un giudizio inappellabile fatti, persone e avvenimenti, che l’esperienza umana ha cercato di affrontare secondo modalità diverse. Modalità che potrebbero essere utilizzate in contesti e situazioni diverse, anche in questa terra intrisa di sangue!

Intorno al 2007 un gruppo numeroso di vittime, familiari di vittime e responsabili della lotta armata ha iniziato a incontrarsi, a scadenze regolari e con assiduità sempre maggiore, per cercare, con l’aiuto dei tre mediatori Bertagna, Ceretti, Mazzucato una via altra alla ricomposizione di quella frattura che non smette di dolere; una via che, si ispirava all’esempio del Sud Africa post-apartheid, avviata da Mandela e Tutu, facendo propria la lezione della giustizia riparativa, nella certezza che fare giustizia non possa, e non debba, risolversi solamente nell’applicazione di una pena.

Il libro dell’incontro racconta questa esperienza, accostando una rigorosa riflessione metodologica alle vive voci dei protagonisti, alle lettere che si sono scambiati negli anni, alle loro parole fragili, pronte al cambiamento, alla loro ricerca di una verità personale e curativa che vada oltre la verità storica e sappia superare ogni facile schematismo. Dall’ascolto profondo e dal silenzio che si regala ascoltando l’altro, si giunge al suo riconoscimento.

Riconoscimento è la parola decisiva, che ferma la mano e va oltre la vendetta. E fa pensare a come utilizzarla  dove e quando si aprono fratture e  conflitti. Mettere insieme vittime e colpevoli non è né facile, né scontato, ma anche nell’incommensurabilità del dolore, nasce più forte il desiderio, (questa è la rivoluzione della tenerezza), che il dolore non sia inutile e incomunicabile. Chi ha sofferto, afferma di vivere in una dimensione di abbandono e di male. “La giustizia penale, dice Agnese Moro, non cura il male che resta dentro come una cisti che provoca conseguenze: tutto si congela e resta fermo… lavorando su di te”.

La giustizia ripartiva ha il pregio di rimettere in movimento le cose, di scongelare, di aprire il bubbone, attraverso cose molto piccole e fragili. Il volto dell’altro, non è quello di un mostro, ma su quel volto passano emozioni. Così pure le parole, ascoltandole, quelle di rammarico, di spiegazione, di incoraggiamento, spostano quel passato che “ti prende la vita, diventandone il padrone”. Questo vale anche per chi ha levato la mano armata, per chi si è dissociato, fraternizzando col prigioniero, anche queste persone si sono costruite un nucleo protettivo che gli evitava di fare i conti con se stessi. Fare i conti con noi stessi, quando si è dentro un conflitto, non necessariamente giunto alle cronache, sui libri di storia o raccontato su un libro, di qualunque tipo esso sia, è la cosa umanamente più difficile da fare: scendere nei piani bassi della coscienza. Ma solo cercando insieme quella verità profonda, che si può, almeno un poco, avvicinare la giustizia che ripara il cuore.