LA PAROLA e LA STORIA. Puta, putaturi, rimundaturi

LA PAROLA e LA STORIA. Puta, putaturi, rimundaturi
potatura    Puta, attività del potare, putari in calabrese, ma anche il periodo in cui si pota, la stagione della potatura (podazon in castigliano). Protagonisti erano i ‘putaturi’,  lavoratori della terra che, col tempo, si erano specializzati in un lavoro che praticavano sulle proprie piante e su quelle di parenti, amici e vicini.

Da considerare inoltre rimunda, rimundata, rimundari, rimundaturi, rimundatini, tutti  imparentati con franc. émondeur, potatore, émondes, i rami potati, émondoir, potatoio, luogo in cui si pota; dal punto di vista morfologico il calabrese è più preciso del francese: entrambi nel tema rimandano alla pulizia, la munditia o mundities dei latini (politezza, eleganza) ma mentre il prefisso transalpino e- si riferisce genericamente all’ablazione quello nostro ri-  esprime soprattutto la ripetizione stagionale e periodica dell’attività.

In fondo una pianta ben potata assomiglia molto a una bella donna appena uscita dal parrucchiere e, dalle nostre parti, la stessa cosa vale per il maschio

“Ti rimundasti?”

Ah, sì! M’a desi na bella rimundata.

Esattamente come nella lingua inglese dove ‘potare’ si dice ‘to prune’, da ‘to preen’, lisciarsi, agghindarsi, pavoneggiarsi; niente a che fare dunque con ‘prune’-prugna, nonostante l’assonanza.

La parentela della rimunda con il francese è rafforzata dal fatto macroscopico che la terminologia botanica calabrese è legata, specialmente al livello di desinenze, a quella francofona: infatti le uscite in –ar-a (pir-ar-a, fic-ar-a, ceras-ar-a, liv-ar-a, etc., etc.) dei nomi di pianta sono simili a (ricalcate su?) a quelle in –ier diffusissime in francese nonché, ma la cosa andrebbe approfondita meglio,  a quelle in –er-a proprie delle lingue iberiche (oliv-eir-a, figu-eir-a, per-er-a, etc).

Riduttivi semanticamente sia il francese taille che il tedesco Baumschnicht (taglio dell’albero) che, però, riproducono Isidoro di Siviglia: Putare enim dicitur purgare, id est amputare’.

Non tutti però erano d’accordo sull’utilità della puta e della specializzazione che richiedeva: la prima puta la fici lu sceccu! 

Anche un asino dunque, metafora universale e falsa dell’uomo ignorante, può riuscire a potare e l’animale, mangiando le parti fresche delle piante (figghiazzuni o jettatini in calabrese, fischioni in romanesco,  succhioni in italiano), ha indicato quale fosse il punto di partenza.

L’attività consiste dunque nella recisione delle parti improduttive della pianta: i rami secchi ma anche quelli che, puntando in alto, succhiano tutta la linfa sottraendola ai rami laterali e pendenti che sono quelli che più fruttificano.

Il potatore mira anche a diradare i rami che, pur laterali, sono troppo folti e non permettono l’aerazione della pianta e la buona maturazione dei frutti dopo l’allegagione; questa attività ci avvicina alle parole accadiche patu, petum, in cui ‘vi sono tutti i valori semantici che svilupperà il latino: aprire: un cammino, un pozzo, chiarire, spiegare, mettere in luce, insegnare … ’ (Semerano, sub voce latina).

Si affaccia così la continuità tra l’attività manuale, puto-are, tagliare i rami inutili delle piante (inutilia ex arboribus resecatio) che permettono una migliore visione, sgombrare il fogliame per far maturare i frutti, puteus (puteum), pozzo (per fare il quale occorreva tagliare le piante che, come le canne, rivelavano l’esistenza in profondità di una zona umida)   e i significati di putare (considerare, giudicare, avere un’opinione, valutare, calcolare) che si riferiscono all’attività di discernimento intellettuale.

Insomma il rimundaturi, che sceglie quali parti della pianta sono da eliminare e quali invece da favorire, è come il pensatore che sceglie le idee più consone alla sua teoria escludendone quelle inconferenti o, ancora, come il retore che, previa opportuna e istantanea valutazione, sceglie nella sua perorazione un registro espressivo anziché un altro o una figura retorica congrua con la fase del discorso in cui è impegnato.

C’è un modo di dire, ironico e profondo ad un tempo, rinforzato dall’allitterazione e usato dagli anziani ogni volta che qualche parente giovane poco si curava di loro e, quando li vedeva per strada, se ne usciva in trilli ipocriti:

“Ziu! Ziu! Comu siti?”

“Ziu, ziu! - lu faci lu sùrici. Niputi pùtali / e, quando jèttinu, / tòrnali a putari!”

Dove, ad una sottile ironia ecolalica, si mescolava una analogia pedagogica tra i polloni delle piante e i ‘piccoli’ degli uomini: entrambi andavano resecati, anche più volte, perché assumessero ‘forme’ adeguate alla loro ‘sostanza’. 

Le potature, come le sfumature dei coiffeurs, sono molto variate per tempo, per luogo e per tipo di pianta.

Accenniamo solo alla potatura dell’ulivo sulla quale possiamo vantare qualche titolo, non solo teorico.

L’ulivo si pota da gennaio fino a marzo (gennaru, puta paru) dato che, nel periodo invernale, l’attività vegetativa è ridotta al minimo e minimo è il risentimento della pianta per le ‘ferite’ che le vengono inferte: infatti il proverbio dice alivu e ficu / minanci a nimicu, cioè taglia senza pietà; i frutti sono legati anche al rinnovamento di chioma (rami e foglie) che si ottiene solo con una potatura radicale.

Le armi del rimundaturi sono la forfici, u serràcchiu (sega a falce con il manico ricurvo per appenderla quando si è sull’albero), a runchetta, coltello a forma di roncola, nonché la coti, coticeddha, la scheggia più o meno lunga di materiale siliceo che serve per affilare gli strumenti da taglio (non il serracchiu, ovviamente).