Il calcio, prima di ammalarsi di “fanfaronite” e“profittite”, era una cosa seria: una delle invenzioni migliori dell’uomo, tra il motore a scoppio e la penicillina. Trent’anni fa questo sport era un’altra cosa, sia per chi lo praticava che per chi lo gustava da osservatore. Dove terminava il confronto politico e sociale, al posto della guerra cominciava il calcio. Von Clausewitz spiazzato della creatività, e una palla - la sfera, il solido perfetto nel quale ogni punto dista la stessa medesima distanza dal centro - al posto delle armi, e tutto va nella direzione migliore.
Il calcio era uno sport moderatamente violento, che però sanciva in modo irrevocabile il trionfo dell’intelligenza sulla forza. Come dicevano i vecchi tecnici, non era uno sport da signorine: ci si picchiava con un certo vigore, ma i giovani hanno piacere a farlo, è la natura, il testosterone, il gusto per la sfida; e con un pallone tra i piedi dimensioni e peso contano poco, se sei imprendibile per gli avversari. Il calcio è sempre stato lotta di classe attutita dalle regole. I più grandi campioni mai esistiti, da Pelè a Maradona, da Crujff a Di Stefano, provengono dalla povertà, e non si è mai visto un figlio di papà fare carriera sui campi di gioco. Almeno non fin quando il gioco è stato una questione veramente seria.
Undici uomini, più l’allenatore dodici. Un numero che torna spesso nella storia umana. Un rettangolo spianato, due porte, una per squadra. L’arbitro, poche e decisive regole. Il portiere, l’unico che può toccare la palla con le mani, l’area di rigore, in pratica il sacro recinto della proprietà privata, e la porta da difendere a ogni costo. Infilare il pallone in porta, come una rappresentazione allegorica dell’atto sessuale, l’unica altra attività seria del genere umano. Chi non ha mai giocato non conosce l’orgasmo morale di fare gol. Il gioco di squadra, per forza. I passaggi, la lettura degli spazi, l’attenzione al nemico, l’intuizione folgorante. Un paradigma della guerra, ma senza morti. E il rapporto con il pallone, quasi sacro. Gli antichi imperatori in effetti venivano rappresentati con una spada nella destra e un pallone nella sinistra, per quanto sormontato da una croce che poi, dopo Voltaire, è stata tolta.
Ad una certa età avveniva l’esordio nel campo grande. A dieci anni il campo di calcio sembra lungo un chilometro. Poi col tempo si riduce. Le prime scarpe da calcio con i tacchetti venivano portate ai piedi anche nei giorni di festa, fin quando non si capiva che era davvero pericoloso usarle sull’asfalto o sul cemento dei cortili. Il calcio vero, undici contro undici con le porte grandi, rappresentava la cerimonia d’iniziazione all’adolescenza. Il pallone di cuoio bruciava e se ti prendeva in faccia all’improvviso ti stordiva. Uno dei grandi con un tiro -bomba colpì un cane che se ne stava disteso al sole nei pressi della porta tramortendolo come ad Oggi le Comiche. Certe volte al campo di Mantova, uno dei pochi del rione Sbarre dove si giocava in undici, passavano le pecore e le capre e il pastore si fermava a fare quattro tiri.
A Reggio erano pochi i campi, e nessuno con l’erbetta. Ciccarello, al rione Modena, il campo dell’Aquila, a San Brunello, quello della Pro-ferrovieri, nei pressi dello stadio, e qualche altro. Per giocare ci si recava nei paesi vicini. Ogni paese aveva il campo. In questo erano più evoluti. Si andava ad Arasì, a Pellaro, a Lazzaro. Magari in treno, direttamente in tuta e scarpette. Solo i più forti avevano la borsa.
La tattica era semplice: quattro in difesa, lo stopper che era quello che menava il centravanti avversario, il terzino destro che picchiava l’altra punta, quello sinistro che a volte aveva licenza di andare avanti, e poi il libero, ruolo dei più adulti e dei più tecnici e tattici. Centrocampo a quattro, due a correre e recuperare palloni, il regista che in genere era il più forte della squadra e l’ala destra, il furetto della situazione, il guastatore funambolo e solitario a cui erano concessi dribbling insistenti e trovate circensi. Due le punte, una delle quali doveva tornare al centro ad aiutare e l’altra con l’unico compito di far gol. Se tra le due punte c’era rivalità, la squadra era destinata alla sconfitta. Se erano amici, formavano i gemelli del gol. La coesione della squadra era il segreto, ma questo i calciatori lo capiscono tardi: era il compito principale dell’allenatore quello di formare il gruppo. Unito saldamente, il sacrificio di tutti per il bene comune. La vittoria era sempre della squadra. Anche se c’era Maradona in campo, la vittoria era della squadra. Questo è il trucco che rende il calcio il più esemplare degli sport.
Non c’è vittoria, non c’è partita, quando una squadra è composta da undici individui che giocano per farsi i belli davanti agli spettatori. Non c’è bene nel calcio, e non ce n’è neanche nella società, se non si comprende il dovere di stare insieme per un obiettivo comune. Persino l’ala destra e il centravanti devono tornare in difesa quando l’altra squadra pressa e i compagni sono stanchissimi.
Non c’è vittoria senza unità. Vale per il vecchio calcio, vale ancora in ogni gioco di squadra. E vale nella politica, che altro non è se non il vecchio gioco del potere.
Tutti a scuola dal vecio Bearzot, i politici contemporanei. Scuola di calcio, scuola di vita.