COSENZA. Cesare Basile strega il teatro dell’Acquario

COSENZA. Cesare Basile strega il teatro dell’Acquario
Basile   Sul palco strumenti muti e composti aspettano che la festa abbia inizio. La gente entra e si guarda intorno, alla ricerca del posto migliore. Le luci si abbassano ed ecco che un uomo in completo scuro e capelli bianchi imbraccia la sua chitarra e squarcia il silenzio. Quando inizia a cantare è come entrare in un paese straniero, le voci all’inizio sono confuse, a tratti incomprensibili. In quella Babele di suoni e parole, lentamente un mondo nuovo prende forma e la lingua diventa musica, cantilena, preghiera, formula magica. È la Sicilia, terra di superstizioni e antichi rituali, isola di fuoco e acqua, mitica, potente, fragorosa e superba. Cesare Basile è catanese, ha esordito nel 1987, vanta prestigiose collaborazioni, da Hugo Race a Robert Fisher, da Nada a Manuel Agnelli. Torna in Calabria e a ospitarlo, questa volta, è un piccolo teatro nel centro di Cosenza, il teatro dell’Acquario.

Qui presenta il suo ultimo lavoro dal titolo U fujutu su nesci chi fa?. L’album contiene nove tracce e raccoglie storie di uomini e donne del Sud, persone comuni, anime salve, gli ultimi, quelli che passerebbero inosservati e invece sono custodi e testimoni di un tempo che fa di tutto per dimenticarli. È un ritorno all’origine, all’autenticità dei sentimenti, spogliati delle ipocrisie e delle maschere della società moderna che nasconde le brutture sotto il tappeto.Basile è un cantastorie e introduce le sue canzoni invitandoci a seguirlo, incanta con il tono della voce, con il movimento delle mani, disegnando nell’aria i personaggi che popolano le sue storie. Così rivivono le più antiche tradizioni. Sono storie che scuotono i pensieri, storie di vita e di morte, di rivincita, di rivolta, e il dialetto diventa la lingua più fedele per tramandarle, il legame indissolubile con un passato da salvare. È a questo che servono le storie. Perché gli uomini, da sempre, ne hanno bisogno, per sopravvivere a se stessi e al tempo. Come fa Firrignu che,con i suoi “cunti” e pupi, va in giro radunando la gente che lo ascolta seduta ai suoi piedi: “Sacciu ca ‘ncielu c’è n’orvucanutu/ havi la frunti spaziusa e gintili/ je tutti ‘nsemmulali cantaturi/ majuri e minuri/ ni jemu cuietannu/ assittati e so peri/ ntramentri ca canta/ la caduta di Troia”. E quell’uomo dalla fronte spaziosa e canuto, ha proprio i tratti di Cesare Basile.

Le sue parole sono accompagnate dalla musica. È un blues, quello del cantautore siciliano, contaminato dal ritmo, spesso forsennato, dei tamburi, e dei tanti strumenti a percussione che ci portano direttamente in Africa, in una giungla, nel bel mezzo di un temporale, dove è la natura stessa a suonare. Ne viene fuori una polifonia feroce, in cui anche le voci riproducono l’urlo più spaventoso che non si può soffocare. “Quello degli offesi che, per sortilegio”, sa lijatura, “sono grati a chi li offende”. “Ccu dui ni tenialliazzati/ssa lijatura/ ca c’ha vuliri beni a li pinsati/ re patruna. E su ti teni alliazzatu/ ssa lijatura/ tu c’ha vuliribeni a li pinsati/ re patruna”. 

Ma se il matto esce, cosa succede? Succede che inizia la rivolta, “il gioco dell’oca della rivolta”.

E allora, rivoltósi di tutta Italia, sappiate che, dopo la tappa di Cosenza, Cesare Basile e i suoi Caminanti raggiungeranno Napoli, poi Neive, Milano, Torino, Bologna, Roma, Firenze per fermarsi a Livorno, il 31 marzo. Il viaggio continua.
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I Caminanti sono: Massimo Ferrarotto, batteria; Luca Recchia, basso; Simona Norato, piano e voci; Sara Ardizzoni, chitarra e voci;  Roberta Gulisano, percussioni e voci.