LA CALABRIA e I PROVERBI: cani che abbaiano, uomini, lupi

LA CALABRIA e I PROVERBI: cani che abbaiano, uomini, lupi
cane   Lu cani chi bbaja assai muzzica pocu

La metafora, dal greco meta-fero (trasporto da una parte all’altra), è un’operazione mentale che consiste nel trasferire esperienze, modi di dire, significati dall’area in cui sono collocati nel ‘discorso quotidiano’ ad un altra scelta dal retore per rendere più elegante il suo discorso.

Le metafore sono alle base della cultura consolidata nei proverbi delle classi agricole che, spesso, traspongono esperienze dal mondo animale a quello degli uomini e viceversa.

Il proverbio da cui partiamo, can che abbaia non morde, è diffuso sia nei vernacoli che in quei ‘dialetti con le cannoniere’ (Umberto Eco) che sono le lingue nazionali: la norma sottintesa è che come ci sono cani che abbaiano senza mordere così ci sono uomini che proferiscono minacce che poi non mettono in atto.

 Nel detto c’è una idea molto rozza che trascura il fatto che l’abbaiare è una delle funzioni fondamentali dell’essere ‘cane’ e che vorrebbe, quasi, che l’animale alternasse regolarmente l’abbaiare e il mordere o che l’uomo, alter ego metaforico del cane, alternasse regolarmente minacce e colpi assestati.

E, sotto traccia, c’è l’elogio del morso, dello strazio della carni altrui, dill’òmini i conseguenza’, ‘di cu muzzica e non pari’ o di cu mùzzica a mucciuni, cioè di nascosto.

Il proverbio calabrese è più sottile.

Evidenzia che si può abbaiare e ‘muzzicari’ sia poco che assai, con possibilità di bilanciamento fra parola e morso, senza bisogno di opzioni e sanzioni decise e definitive.

Viene insomma in considerazione la parola e la sua capacità non primitiva di risolvere i contrasti.

Un vecchio ‘ndranghetista poi morto nel suo letto mi diceva:  La palora muzzica pocu, ma muzzica!  donde traspare, sia pure molto alla lontana, l’efficacia del dialogo anche nei contrasti che, in genere, vengono risolti con la forza.

Diremmo perciò che il detto nella versione calabra è più illuminista e meno giacobino di quelli analoghi che circolano altrove.

Dal florilegio di proverbi ‘canini’ estraiamo alcuni particolarmente significativi:

a) megghiu muzzicatu d’i cani chi ciangiùtu d’i cristiani dove il morso dell’animale è preferito alla iettatura delle persone invidiose;

b) cani non mangia cani

c) u cani sempri nt’o strazzatu si jetta dove il cane è metafora di chi non se la sconcia con i potenti e se prende sempre coi più deboli. La stessa morale  che ritroviamo in una poesia di Trilussa ove un cane poliziotto si vanta: Ogni ladro che vedo je do sotto / Li sento dall’odore amico mio! …/ proprio mentre passa un grande malfattore ‘che Dio solo lo sa quanto ha rubbato / Ho chiesto al cane: -Senti un certo odore?- / Ma lui m’ha detto: - No, so raffreddato!…-

d) Fìciru paci li cani e li lupi / poveri pecureddhi e tinti crapi. La metafora qui è tripartita: ci sono gli animali da mandra (pecore e capre) e ci sono i cani che li difendono dai lupi desiderosi di scannarli.

Naturalmente si può pensare ad una situazione sindacale o politica, con persone indifese o deboli (pecureddhi e crapi) che si attendono dai loro tradizionali difensori (sindacati, partiti politici, i cani del proverbio) la tutela dalle pretese dei datori di lavoro che tendono a sfruttarli senza pietà (i lupi).

Nessuna questione se la dialettica tra cani e lupi rimane viva; ma se i cani abdicano al loro ruolo pecore e capre sono veramente perdute.

A quel punto nci raccomandamu la pecura a lu lupu.

A meno che pecore e capre, comprendendo di non avere difensori, non dismettano i panni delle vittime predestinate e si ribellino: perché cu pecura si faci lu lupu si la mangia!