Pino Caminiti utilizza la sua “visione laterale” del mondo portando a nuova vita oggetti sfuggiti alla perenne apocalisse del quotidiano consumista. Rende sorridenti gli sfregi, stempera le ruggini cattive, fa emergere le bonarietà, così come dona vigore a cenni di emozione, scopre simboli fallici e statuette votive, scopre animali sconosciuti, inventa forme e colori.
“La solitudine e la riflessione che ne deriva cambiano la natura stessa di chi osserva e dell’osservato; pur con una cultura storica derivante dal materialismo, a volte mi chiedo se nel mio lavoro sugli oggetti che trovo non intervenga una qualche metafisica forza che ne consente la loro trasformazione”, ci ha raccontato in una breve chiacchierata di fronte ad un caffè.
“Però poi mi rendo conto di quanto il mio vissuto incida sia nell’atto artistico proprio che nella volontà di abbinarlo a percorsi politici e sociali che riescano a coinvolgere il territorio e chi lo abita; trovo che, nel mio caso, l’arte sia in un certo senso il proseguimento della politica con altri mezzi” (Caminiti è stato per anni esponente importante della politica calabrese).
Caminiti è un post-apocalittico. Trae il meglio dalla catastrofe imminente: confida nella bellezza, la ricerca e la scruta. Diventa facile immaginarlo, con il mare in tempesta, passeggiare solitario lungo la battigia della sua amata Saline Jonica, zona disastrata dall’opera di uomini e furfanti e che lui vorrebbe vedere rifiorire secondo canoni di rispetto e valorizzazione dell’ambiente.
“L’idea di rigenerazione si accompagna alla mia stessa storia personale; il percorso, sia culturale che umano, di una vita, immagino di qualsiasi vita, è composto da parabole con inizio e fine ben delimitati, ma segnate da un minimo comun denominatore che, nel mio caso, è la consapevolezza di un mondo sbilanciato, disarmonico, spesso ingiusto. Quando ho deciso di terminare la mia esperienza politica non ho avuto rimpianti, né esitazioni: ho tagliato di netto con la vita precedente, con i suoi metodi, la sua organizzazione, persino con gli amici. Mi sono dotato, pian piano, di un nuovo punto di vista; appunto, mi sono rigenerato. Quello che poi faccio ai miei “Objets trouves”.”
Questa sua capacità di porsi su un nuovo piano di lettura della realtà ha fatto scaturire la volontà artistica quasi per caso. Le opere hanno preso vita e si sono imposte al creatore. Demiurgo del riutilizzo suo malgrado, gli chiediamo come vive questa seconda parte della sua esistenza da artista.
“Sono serenamente attento ai problemi, locali e non, e idealizzo piccole realtà possibili, come per Saline che immagino possa diventare un luogo d’attrazione sia per l’archeologia industriale che per le piccole bellezze che custodisce. Per il resto mi divido tra lavoro, le mie opere, e la lettura dei grandi classici del passato che ritengo abbiano ancora tanto da dire.”
La mostra resterà aperta sino al 4 Giugno, in via T. Campanella all’Urban Center.