LA CALABRIA E I PROVERBI. Le donne a casa, sole. E le cugine fottile per prime

LA CALABRIA E I PROVERBI. Le donne a casa, sole. E le cugine fottile per prime
cald  No levari fìmmini giriàndu / si prima no rrivanu a ottantun’annu

I proverbi, maturati e concresciuti nelle società patriarcali, non sono teneri con le donne; quelli calabresi non fanno eccezione.

La scelta per l’apertura invita a tenere segregate e sotto controllo le donne.

Qualche eccezione ‘turistica’ è ammessa, ma mai prima degli ottant’anni. La  concessione è però pleonastica perché a quell’età molte donne, se non morivano prima, vi giungevano con poca voglia di escursioni extra-domestiche.

Il tema, magari metaforicamente, ricorreva: lu pedi chi troppu anda / o si ruppi o si stramanda (il piede che troppo va / o si rompe o si perde), lu pedi chi troppu andau / malanova a la casa purtau ( il piede che troppo andò / portò a casa cattive notizie). Altri detti soccorrevano chi volesse intendere genericamente la prescrizione: la gaddhina chi camina / s’arricogghi c’a bursa china (la donna che va girando è facile che rimanga incinta; la borsa, ovviamente, era metafora dell’utero); la gaddhina chi troppu anda / pigghia e rùmpinci na gamba (rompi una gamba alla donna che vuole andare troppo girando).

Doveva stare in casa la gallina e fare l’uovo, senza distrarsi con canto, ad esempio.

Il canto della gallina era infatti rarissimo e considerato malaugurante, tanto che le massaie cercavano di individuare la cantante e per ucciderla subito: mara la casa aundi canta la gaddhina (povera la casa dove al posto del gallo canta la gallina); anche il canto della civetta, considerata simbolo della vanità femminile sin dall’antichità, porta sempre disgrazia: a pìgula sempri malanova porta.

 Ma anche in casa occorreva fare attenzione, anzitutto escludendo che vi bazzichino persone estranee: cu ndavi casi grandi mi menti spini / e no mi dassa lloggiari furisteri (chi ha case grandi ci metta dentro spine e no vi faccia alloggiare forestieri); ma occorre fare attenzione anche a frequentazioni apparentemente giustificate: maritu di ruga / e sangiuvanni di Roma (il marito si tolga pure nel vicinato ma il compare deve essere scelto tra chi abita distante, così ha poche occasioni di frequentare la casa).

Ma anche i parenti sono pericolosi perché cazzu ntostatu / non guarda parentatu ( il maschio infoiato non va troppo per le spicce a discriminare chi è parente e chi no).

Il proverbio è diffuso anche in Sicilia e vi fa riferimento, con una ellissi, Leonardo Sciascia in A ciascuno il suo dove l’omicidio del farmacista, su cui ruota la fabula, alla fine si scoprì opera del cugino della vedova che con lei aveva una tresca: "Queste lettere di Voltaire, uno leggendole pensa a quel noto proverbio che dice la sconoscenza del parentado che in una certa condizione e in certe circostanze, una parte del nostro corpo spietatamente afferma" (p. 119 nei ‘Nuovi coralli’ einaudiani).

Infatti altri proverbi impongono al maschio di ‘bucare’ a chiunque ‘tunica e pallio’: li cugini fùttili i primi / li cummari fùttili pari ( le cugine fottile per prime e delle comari non lasciarne una indietro).

Sottomissione ‘di genere’ dunque: ma l’unanimità delle prescrizioni proverbiali lascia trasparire, a contrario avrebbe detto il logico medievale, la tenace e carsica resistenza delle donne: non avrebbe avuto senso accumulare tante prescrizioni antifemminili se le destinatarie fossero state prone e quiete al dominio del maschio e avessero accettato di buon grado il modello patriarcale.