Per fortuna delle donne, ma anche nostra, l’ipotesi di riservare, per legge, una quota per parità di genere non è passata, almeno alla Camera. Gli emendamenti presentati bipartisan, il sostegno della Presidente della Camera, Laura Boldrini, gli appelli quirinalizi contro il sessismo falsamente associati alle quote, la partecipazione delle ‘sostenitrici’ degli emendamenti rigorosamente vestire di bianco, non hanno scalfito per nulla la determinazione di quanti erano contrari a codificare vere e proprie riserve indiane considerando le donne come semplici panda da salvaguardare.
Non è sfuggito, comunque ad alcuno che la ‘battaglia di civiltà’ (sic!) era solo un volgare tentativo per massacrare la legge elettorale e liquidarla fin dalle prime battute o, in subordine, un espediente per ottenere altre riserve indiane come quella da riservare ai gay. Obiettivi minimi comunque che nascondono l’obiettivo da caccia grossa. Non si spiega altrimenti l’accanimento col quale la ‘battaglia’ si è sviluppata e che avrà un replay, di sicuro più duro, con l’appuntamento che i Bersani e le Bindi hanno dato nell’Aula del Senato al fine di ottenere un risultato che segnerebbe la fine del governo Renzi con tutto ciò che esso comporterebbe.
Azione, comunque, da irresponsabili alla luce della crisi che sta agonizzando il Paese, alle difficoltà reali di fette importanti della società a sbarcare il lunario,alla mancanza di prospettive per le nuove generazioni, alla crescente disoccupazione ed alla difficoltà di superare una recessione che la pressione fiscale ha fortemente alimentato. Senza parlare delle riforme, sbandierate come urgenti e necessarie, alle quali si può recitare il de profundis. Irresponsabili anche perché si fa finta di ignorare che le quote rosa, ma anche le preferenze (altro scoglio usato per chiudere la partita con Renzi), non hanno appassionato per nulla i cittadini che li hanno percepiti come problemi di esclusivo interesse dei frequentatori del palazzo, allargando così ulteriormente il fossato scavato tra politica e opinione pubblica.
Ma, aldilà del non detto, e per non sfuggire al merito del problema va subito sottolineato che già la stessa locuzione con la quale si è affrontata la questione, e cioè ‘parità di genere’, la dice lunga su quanto si stava discutendo per decidere se riservare al genere femminile, cioè alle femmine non alle donne, una quota rapportata alla presenza quantitativa che esse hanno nella società (parole della Laura Boldrini). Una quota, quindi, che, teoricamente, non aveva bisogno di valutazioni sull’intelligenza e sulle capacità delle stesse, perché era allegramente riferita ai possessori di quel sesso che le distingue dagli altri componenti del genere umano.
Lungi da noi sostenere che tra esse non ci siano eccellenze e capacità, uguali o addirittura superiori, a quelle esistenti tra gli uomini, tra i quali, inutile nasconderlo, albergano anche fior di imbecilli, idioti, sciocchi e deficienti, che farebbero bene a ritornare al proprio vecchio mestiere chiudendo il proprio impegno politico (sic!). La differenza, tra uomo e donna, sta solo nella voglia di impegnarsi in una attività che è profondamente diversa da un normale lavoro al quale si accede o per gli studi fatti o per le capacità personali, o seguendo le regole del collocamento, se è lavoro privato, o per concorso (magistratura, dipendente pubblico, carabiniere, ecc.), se si tratta di lavoro pubblico.
La voglia dell’impegno in politica è molto più bassa tra le donne e, quando si appalesa, produce subito ricadute positive che, senza bisogno di quote di riserva, permette alle donne di accedere ai piani alti della politica. E’ una realtà che solo i ciechi in malafede e gli ottusi di natura non riescono a vedere spingendosi a considerare il ruolo di impegnato in politica come un qualsiasi lavoro nel quale è necessario garantire le presenze di ‘genere’. Peccato, però, che le parlamentari non abbiano capito quanto fosse strumentale la ‘solidarietà’ dei signori onorevoli e non si siano regolate di conseguenza.
Giovanni ALVARO