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REGGIO. LMPT lancia una petizione contro l'utero in affitto

REGGIO. LMPT lancia una petizione contro l'utero in affitto
ReP
 

La Manif Pour Tous Italia invita a partecipare a questa nuova iniziativa  sul sito di CitizenGO (http://www.citizengo.org/it/17816-litalia-si-opponga-al-mercato-dei-figli), riguardante il tema della maternità surrogata (o "utero in affitto"). La sentenza dello scorso 27 gennaio da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), di fatto, avalla la pratica della maternità surrogata in tutti i Paesi membri dell'Unione Europea, indipendentemente dalle legislazioni dei singoli Stati. Ma andiamo con ordine: nel 2010 una coppia di coniugi italiani di 55 e 43 anni, non potendo avere figli in modo naturale a causa dell'infertilità della donna, si è recata in Russia per usufruire della pratica dell'utero in affitto (vietata e punita in Italia). In parole povere, la coppia ha comprato il materiale biologico (ovuli e spermatozoi) da altri genitori biologici e ha pagato una gestante perché portasse avanti la gravidanza. Nel 2011 la coppia ha ricevuto il bambino. I pubblici uffici italiani hanno respinto la richiesta dei coniugi di trascrivere l'atto di nascita del bambino che non aveva legami biologici con nessuno dei due genitori "putativi". Contro i coniugi è stata così aperta una procedura di modifica dello stato civile, nel corso della quale i giudici italiani, in considerazione dell'interesse superiore del bambino e del comportamento illegale della coppia, hanno deciso di rimuovere il minore da quel contesto per affidarlo ai servizi sociali. Dal gennaio 2013 il bambino vive con una nuova famiglia, individuata secondo tutti i criteri di garanzia e adeguatezza richiesti dalla legge. I coniugi hanno allora fatto ricordo alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Ed eccoci all'attualità: con un'incredibile sentenza, il 27 gennaio 2015 la Seconda Sezione della Corte ha condannato l'Italia al pagamento di 30.000 euro di danni e rimborsi a favore della coppia. La Corte ha ritenuto violato il diritto dei coniugi alla “vita privata familiare”. Dopo aver ribadito che, in teoria, ogni Paese è libero di valutare autonomamente la questione della liceità dell'utero in affitto, e che i coniugi hanno effettivamente messo in pratica un comportamento illegale secondo il diritto italiano, la Corte ha però ritenuto non proporzionata la decisione di allontanare il minore dalla coppia, poiché i mesi di convivenza avevano creato, di fatto, uno stato familiare di per sé degno di tutela nell'interesse del minore.
Come hanno fatto notare i giudici Raimondi e Spano, nelle loro opinioni dissenzienti allegate alla sentenza, se gli Stati non sono liberi di negare alla pratica dell'utero in affitto qualsiasi effetto giuridico nel proprio ordinamento, la loro autonomia è allora sostanzialmente nulla. Ma soprattutto, la sentenza della Corte ha un significato ben più grave, che non riguarda la sovranità degli Stati di fronte all'Europa: se una coppia, che vive in un paese dove non è legale la maternità surrogata, va ad acquistare un figlio all'estero non incorre in nessuna sanzione, come se l'inesistente diritto ad avere un figlio fosse più importante dei diritti del bambino. Con questa sentenza, la CEDU ha creato un regime di tolleranza legale intorno alla barbara pratica dell'utero in affitto. In nessun caso si può limitare la libertà degli Stati di non riconoscere un "diritto di vita privata familiare" nella situazione nata dalla violazione della legge e dei più elementari diritti umani. Il Governo Italiano ha la possibilità di ricorrere alla Grande Camera della CEDU contro questa sentenza, evitando che l'Italia faccia il suo ingresso nel grande mercato internazionale dei figli su ordinazione. Con questa petizione promossa da La Manif Pour Tous Italia, si chiede al Governo Italiano, nella persona del Presidente Matteo Renzi e dei Ministri degli Esteri, dell'Interno, della Giustizia e della Sanità, di agire prontamente e con fermezza in questa direzione.
Per firmare basta cliccare su http://www.citizengo.org/it/17816-litalia-si-opponga-al-mercato-dei-figli