Direttore: Aldo Varano    

La ferrovia che muore. Giovanni Petronio: la riapertura tra Rogliano e Soveria Mannelli atto di responsabilità morale (FOTO)

La ferrovia che muore. Giovanni Petronio: la riapertura tra Rogliano e Soveria Mannelli atto di responsabilità morale (FOTO)
La ferrovia che muoreRiceviamo e pubblichiamo
Pochi giorni fa, io, (Giovanni Petronio), insieme agli amici dell’Associazione Ferrovie in Calabria, ho fatto una serie di sopralluoghi per vedere più da vicino l’entità dei danni lungo il tratto ferroviario chiuso Rogliano-Soveria Mannelli. Attualmente questo tratto, “momentaneamente sospeso” (dal 2009), viene “servito”, (si fa per dire), da obsoleti pullman sostitutivi che, in circa sei ore andata e ritorno ti “permettono” da Soveria Mannelli di arrivare a Cosenza o all’Unical. Ti consentono di arrivare, in tempi biblici se, non succede che si rompano durante il viaggio, come avviene sempre più spesso.

Insieme agli amici dell’Associazione, dal km 36 (Carpanzano stazione), ci dirigiamo verso Parenti (stazione) al km 31, nel mezzo al km 33 è presente una forte criticità. Quello che da subito all’occhio è che tutte le gallerie percorse siano in perfetto stato di conservazione, a differenza di quelle che stanno tra Soveria Mannelli e Catanzaro, spesso centinate e in pessimo stato. Appena arrivati al famoso chilometro la situazione non appare, e ripeto non appare, così drammatica come c’è stata sempre raccontata. Non è franata tutta la montagna, è presente un cedimento nella parte inferiore, quella interessata ai lavori del 2009, (a febbraio di quell’anno, già una frana colpì la zona). Non dico ovviamente che sia tutto apposto, dico solo che da anni dirigenti e dipendenti delle Ferrovie della Calabria affermano che c’è una frana immensa che ha travolto tutto, quando in realtà, la situazione non appare così. Non sembra che il costone della montagna, dalla parte superiore del binario si sia mosso. Forse perché si è stabilizzato in questi anni? Il tracciato ferroviario non è venuto giù, quello che è venuto giù è stato il muro di contenimento sottostante, (costruito nel 2009), e alcuni gabbioni di cemento, per il resto non sembra presente neppure un grosso abbassamento del tracciato ferroviario. Che quei gabbioni abbiano appesantito talmente tanto da portare al cedimento il muro di contenimento? Poi ci muoviamo verso Scigliano per vedere da vicino l’altro danno. Troviamo quasi subito, al km 43 una vastissima frana che ha portato giù tutto, compromettendo seriamente il tracciato ferroviario. Rimaniamo desolati e attoniti, ipotizzando che il problema più urgente da risolvere non è a Carpanzano, dove un tracciato ancora c’è, ma, tra Celsita e Scigliano, dove il tracciato si è sbriciolato! Quello che è chiaro che in primis il disinteresse dall’alto, unito a un depauperamento delle risorse finanziarie, insieme al disboscamento selvaggio (anche questo perpetrato e appoggiato), che deve essere immediatamente fermato, unito poi all’eliminazione di quei famosi cantonieri che fino a qualche anno fa vigilavano sulla tratta, hanno avuto queste nefande conseguenze. Dalle foto sono visibili i micropali, utilizzati perché, essendo molto più piccoli dei pali normali e di solito anche piuttosto resistenti, servono a consolidare. Viene leggittimo chiedersi se la colpa di tutto questo sia solo imputabile alla natura!?

E adesso cosa fare, come si potrebbe intervenire? A) Prima di tutto bisogna monitorare le zone che presentano questi smottamenti per valutare gli eventuali movimenti franosi, con un sistema in grado di misurare ogni movimento del dissesto. Programmare interventi per la messa in sicurezza delle aree e delle infrastrutture coinvolte. In sostanza, ci vogliono buone macchine ma, ci vogliono anche ottime menti con preparazione geologica e ingiegneristica! B) Ritengo possibile, insieme agli amici dell’Associazione Ferrovie in Calabria che qualcosa nell’immediato potrebbe essere fatto. Riaprire il tratto ferroviario fino a Scigliano, sistemando il costone e appunto monitorandolo; non dovrebbe poi essere così complicato e dispendioso! Da Scigliano poi collegare col bus fino a Colosimi, (20 minuti circa) e poi da Colosimi riaprire il tratto ferroviario fino a Soveria Mannelli, anche in questo caso controllando il ponte di Vaccarizzo. Esiste dal 2010, come ho scritto, un trasbordo su bus (tra Soveria e Rogliano), che si presenta però come un’odissea interminabile. Il bus passa per la vecchia statale e non dall’A3, si passa per dirupi, declivi, strade scoscese con curve altamente pericolose, il tempo di percorrenza si attesta intorno a un’ora e trenta - un’ora e quarantacinque minuti, solo da Soveria Mannelli a Rogliano! Poi da Rogliano i viaggiatori prendono il treno verso Cosenza, quindi altri 40 minuti, se poi da Cosenza devono arrivare all’Unical ci vogliono altri 20-30 minuti. Per un totale di tre ore! Sei ore andata e ritorno! Una situazione inaccettabile! Tutto questo ha portato a un vero e proprio spopolamento non solo demografico ma, anche sociale e culturale delle aree interne, (si proprio quelle di cui i nostri politici quotidianamente parlano), impoverendole ulteriormente di risorse. Vista la situazione i viaggiatori hanno preferito trovare altre soluzioni, forse più costose ma più comode: viaggiare in macchina oppure direttamente trasferirsi a Cosenza. C) La riapertura e poi il ripristino di tracciato Catanzaro-Cosenza, non costruendo una linea ex novo ma, pensando seriamente di costruire delle varianti, in grado di dimezzare, o quasi, la percorrenza e rendendo competitivo il tracciato, anche con una buona politica di marketing, che non mi pare esista! Finisco dicendo che il ripristino non è solo un dovere civile che deve essere relizzato, perché questi territori non possono morire e non devono morire ma, anche, un atto di responsabilità morale!


Giovanni Petronio

La ferrovia che muore


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