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GIUSTIZIA Eccesso di reati pendenti e carenza di arsenale sanzionatorio. D’ASCOLA

GIUSTIZIA Eccesso di reati pendenti e carenza di arsenale sanzionatorio. D’ASCOLA

dI NICO D’ASCOLA* - (rep) Viviamo in un momento di grande transizione del sistema penale, abbiamo un enorme carico di reati pendenti e la quantità eccessiva trova giustificazione nell’emersione di interessi. E’ necessario pensare ad una modificazione del sistema penale preesistente, per non creare le condizioni per una nuova emergenza carceraria e quindi pensare di spostare le forme meno gravi di reati nell’illecito amministrativo.

Abbiamo un sistema penale tra l’altro caratterizzato dalla povertà dell’arsenale sanzionatorio. Abbiamo iniziato a provvedere in tal senso con una delega estremamente importante, la legge n. 67 del 2014, ma si deve comprendere che la soluzione punitiva sia pure di diritto penale, non deve essere necessariamente carceraria.

Possiamo avere sanzioni penali non carcerarie e quindi tali da determinare un gradualismo sanzionatorio che eviti quei percorsi carcerari che soprattutto con riferimento alle pene detentive brevi, sono altamente criminogeni. Non solo la sanzione detentiva è sproporzionata rispetto alla gravità del fatto, ma addirittura si incrementa perché si attiva un circuito criminale, determinando periodi di reclusioni talmente brevi da non poter determinare alcunché di positivo sul versante del teologismo rieducativo della pena e peggio coinvolgendo in circuiti criminali soggetti che magari una vita regolare sarebbero in grado di poterla vivere se non reclusi.

L’importanza se mai è di rafforzare un arsenale sanzionatorio alternativo rispetto a quelle che erano evidentemente le uniche soluzioni pensabili negli anni ’30, quando nel 1931 il nostro codice è stato scritto e poi è stato promulgato e la soluzione era sostanzialmente unica, solo la pena detentiva.

E’ importante tracciare la fisionomia di un futuro sistema penale che credo a distanza di pochi anni avrà bisogno di un nuovo codice penale, soprattutto per la sua parte speciale. Un sistema sanzionatorio che non riguarda soltanto la natura delle pene non soltanto non detentive, ma anche il modo in cui le pene detentive finiscono per essere applicate dai giudici in virtù di un sistema legislativo che li costringe ad operare in un certo senso obbligatoriamente nella direzione dettata dal legislatore.

La riforma del diritto penale datata settembre 1944 ha indicato al legislatore democratico. Si trattava di salutare la nascita della Repubblica italiana con una riforma penalistica che in maniera sintetica desse conto del mutamento di passo rispetto al regime fascista che con due articoli scolpì in maniera assolutamente chiara quegli indirizzi che il legislatore della Stato democratico, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto seguire. Per un verso furono introdotte le circostanze attenuanti generiche, volendo significare che le pene dovevamo essere ridotte anche nel minimo e che quindi la discrezionalità del giudice di scendere al di sotto dei limiti minimi non doveva essere impedita da decisioni legislative che vincolassero addirittura il giudice sul piano di provvedimenti discrezionali, ma di segno favorevole, e poi si introdusse la reazione agli atti arbitrali del pubblico ufficiale, volendo significare che lo Stato autoritario era cessato. Con riferimento alla prima parte della riforma - del 1944 – dobbiamo costare pene troppo elevate nei minimi, quindi non correggibili, un giudizio di bilanciamento tra circostanze eterogenee che non consente talvolta il giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti, un regime della recidiva che va modificata e una limitazione delle circostanze attenuanti generiche, tutte cose che una riforma ormai dimenticata quella del 1974 voluta da due grandi maestri del diritto penale Giuliano Vassalli e Marcello Gallo aveva al contrario evitata”.

*senatore, Ncd