In difesa di Salvini. Sulle Calabrie furba e con l’anello al naso

In difesa di Salvini. Sulle Calabrie furba e con l’anello al naso
salvi1 Lo spirito al centro di un cerchio di fate. Sul palco di un teatro è una scena naturale. Ma a Reggio no, Salvini è solo un mago e intorno non ha fate. Viene il magone a guardare la rappresentazione, e non è questione di idee, tifo partitico.

Quasi tutti i crocicchi politici calabresi sono da teatro, con produzioni sceniche tragiche ammantate di comico. Il prodotto del genio della politica calabrese negli anni lo possono vedere anche i ciechi, non lo vedono quelli che hanno occhi buonissimi ma le terga al caldo, per i protetti la politica calabrese è la migliore del mondo, gli altri si arrangino, se sono fessi non è che i partiti gli possano dare la furbizia. E sono i protetti, quelli spada in mano a proteggere i carri di ogni colore che si lanciano in corsa solo per la difesa dei propri.

Salvini non c’entra, lui fa il suo, arruola soldati per un battaglia che darà vittorie al centro. Poi a Roma non ci andrà la Calabria, come non c’è mai andata. Ci andranno un manipolo di calabresi, a badare ai fatti propri e dei loro. Staranno nella capitale quasi sempre come comparse, con qualche individualità che verrà livellata a ogni scatto d’ambizione.

L’altra Calabria, quella dei fessi, continuerà ad arrancare in salita, per resistere e restare e per resistere e partire. No, Salvini non ha colpe, magari ha sempre recitato, non è mai stato antimeridionale, nemmeno razzista, tutto è stato solo sofismo strategico. Ciò su cui recita non c’è stato per certo, è il sentimento egoistico del qualcuno prima degli altri: si è partito col prima il nord e si è arrivato al prima gli italiani.

Salvini ha solo condotto un carro, solcando con le ruote un dromo antico che è abituato a carovane scese scariche e ripartite colme di merci, di ogni genere. Non è lui a sorprendere, e non sorprendono nemmeno i tanti spettatori dentro a un teatro, non erano là per il mago, guardavano con occhi luccicanti le loro fate, che per loro da Roma poi faranno i miracoli. La sorpresa, di cui da tempo non ci sorprende più, è la pressoché totale mancanza di un rigetto collettivo, rispetto all’inutilità espressa dalla politica. L’assenza di una lotta che vada oltre il rifiuto per diventare riappropriazione del bene comune. Il negativo non è Salvini, il pieno dentro. Il male è il quasi vuoto fuori. L’assenza peggiore è il vuoto di un popolo, ormai disciolto dal bisogno e dalla viltà.