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L’ANALISI. Elezioni, gli scenari (probabili) del 5 marzo

L’ANALISI. Elezioni, gli scenari (probabili) del 5 marzo
pica UNO. Non c’è nessuna certezza sui risultati elettorali del 4 marzo. Ma i possibili scenari politici di fronte a cui gli italiani si troveranno il giorno dopo sono ormai definiti (al netto di fatti clamorosi e/ o l’innesco di grandi emozioni). Le possibilità si sono infatti via via ridotte a due. Primo scenario, vince (cioè ha una maggioranza autonoma in parlamento) il centrodestra riorganizzato da Berlusconi oppure, secondo scenario un po’ più probabile, non vincerà nessuno come nel 2013, ma in modo più evidente per il passaggio dal Porcellum al Rosatellum. Paradossalmente la differenza tra le due ipotesi sarebbe racchiusa in un pugno di voti ma le conseguenze di uno o l’altro scenario potrebbero essere tanto diverse da segnare il sistema politico italiano a lungo.

DUE. Se il centrodestra avrà la maggioranza governerà il paese per parecchio tempo. Salvini e la Meloni andranno d’amore e d’accordo con Berlusconi cancellando diversità e pretese. Chi si illude che la litigiosità del centro destra possa farlo implodere ha studiato poco la storia recente d’Italia. Il centro destra è scoppiato sempre per l’incapacità e/o l’impossibilità di dare risposte al paese. I colpi di Stato contro Berlusconi teorizzati da Brunetta sono fantasiose ricostruzioni. Travolto dalla crisi economica mondiale fu necessario sostituire Berlusconi con Monti. Dopo il 4 marzo, invece, il centrodestra incrocerebbe un paese in qualche modo aggiustato e in ripresa in un’Europa che cresce. Una prospettiva in discesa con un centrodestra che quasi mai s’è fatto male da solo.

TRE. Se andrà così diventerà probabile l’implosione del Pd. Si aprirebbe un doppio conflitto: uno, tra le sue componenti; l’altro, nel mai pacificato pianeta sinistra. Pd e Liberi e Uguali si rinfaccerebbero la responsabilità della sconfitta. Il primo rimprovererebbe la scissione a D’Alema e Bersani (specie se la percentuale a due cifre promessa da Grasso e D’Alema dovesse rivelarsi una striminzita cifra unica) che, a loro volta, rinfaccerebbero a Renzi il disastro per aver “separato la sinistra dal suo popolo” (continuando a nascondere che il tracollo della sinistra, mai indagato, arrivò impetuoso nel 2013 senza Jobs act né Buona scuola). Intanto, si dipanerebbe lo scontro dentro il Pd per lo scalpo di Renzi che potrebbe decidere, nella confusione crescente, d’incamminarsi su sentieri parigini. Franceschini, Orlando e i caudilli del mezzogiorno s’industrierebbero verso altre collocazioni. La sinistra, chissà per quanto, non sarebbe più un problema.

QUATTRO. Anche il M5s vedrebbe moltiplicarsi le sue difficoltà perché difficilmente potrebbe andare avanti a slogan per altri cinque anni. Già ora, al di là di quello che sarà il risultato elettorale, accusa criticità. Non a caso ha modificato in modo radicale il vecchio schema di gioco abbandonando la presunzione dell’isolamento e aprendo a larghe intese. Non altro, infatti, significa la confusa (in ossequio alla teoria del giovane Casaleggio che non bisogna mai far capire agli adepti il vero progetto) proposta e pretesa di avere i voti degli altri partiti (senza distinzione alcuna) sul proprio programma per dar vita a un governo 5s (che evidentemente si autogiudica senza maggioranza autonoma). Si possono avere scarse conoscenze storiche e geografiche e sbagliare con la grammatica ma Di Maio on è tanto ingenuo da immaginare che la maggioranza dei parlamentari darebbe in cambio di un beneamato niente il proprio appoggio a un suo governo. Insomma, la maggioranza autonoma del centro destra dimostrerebbe l’inutilità dei grillini.

CINQUE. L’ipotesi che nessuno vince (cioè nessun partito o alleanza elettorale conquista la maggioranza) che, è bene precisarlo, appare la più probabile, significherebbe – è il secondo paradosso - il passaggio del centro destra da protagonista assoluto della politica italiana a forza marginale del quadro politico. Se Berlusconi “perde” (di questo si tratterebbe) il centrodestra diventerebbe un insieme di partitini nessuno dei quali potrà essere perno di un progetto governativo. A Salvini verrebbe imputata la mancata vittoria per i tentativi di proporsi come leader dello schieramento spaventando forze sociali di rilievo e forti in Italia. Berlusconi farebbe la parte di chi non è riuscito, nonostante la guerra intestina a sinistra, ad essere soluzione credibile per l’Italia.
La “sconfitta” del Cavalier e il mancato successo di tutti gli altri segnerebbe un vantaggio di quel che c’è. Niente è più potente, soprattutto in una fase di ripresa economica, della forza d’inerzia. Il Pd avrebbe un immediato vantaggio di contesto al di là della percentuale più o meno alta di voti raccolta: non sconfitto per assenza di vincitori apparirebbe già un fatto straordinario parte decisiva di un governo già esistente con un leader apprezzato come Gentiloni. Per esclusione diventerebbe la forza che meglio può garantire, con la serenità tranquillizzante del suo personale governativo (Franceschini, Minniti, Delrio ecc) che ha lavorato, stratega Gentiloni, a ridurre l’ansia e le preoccupazioni del paese. Renzi, se riuscisse a non essere invasivo e a prolungare la strategia innescata da Gentiloni, avrebbe il tempo (e l’età) per riorganizzare un progetto politico nonostante le spaccature ascrivendosi il merito di aver bloccato (di nuovo dopo l’elezione di Mattarella) un’altra stagione di berlusconismo. Con quali voti in Parlamento? Con quelli di chi non vorrà tornare subito alle urne, un obiettivo che affascinerà tutti i cittadini-portavoce in parlamento e non solo loro. Un fascino che potrebbe essere tanto forte da innescare nel paese nuove e al momento inimmaginabili realtà.

*Picasso, Les fammes d'Algers, 1955, Ganz collection di New York.