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L’INTERVENTO. La trasformazione delle mafie e il voto

L’INTERVENTO. La trasformazione delle mafie e il voto
voto Troppo silenzio sulle mafie in questa campagna elettorale: il ministro dell'Interno Marco Minniti, in occasione della presentazione della Relazione conclusiva del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare antimafia, l’altro giorno ha lanciato l'allarme. «C’è il rischio concreto che le mafie possano condizionare il voto libero degli elettori e se ne parla poco’’.

Preoccupazione rilanciata anche dal ministro della Giustizia Andrea Orlando e dal presidente della Cei, Monsignor Galantino: «Sento un silenzio assordante intorno al tema delle mafie. Pare che l'unico problema alla sicurezza lo diano gli immigrati».

Cosa sono diventate oggi le mafie? Questa la vera domanda che sta prima di quegli allarmi, a pochi giorni dal voto. Faccio mie le tesi di uno studioso autorevole quanto radicato nel territorio del nostro Mezzogiorno, il prof. Isaia Sales, sull’urgenza e la necessità di un cambio di approccio alla criminalità organizzata: ritengo, infatti, che quando fenomeni criminali durano tanto a lungo, rompendo gli argini entro cui si pensava fossero storicamente e geograficamente confinati, e quando i tentativi di reprimerli si sono dimostrati non definitivamente risolutivi, ciò vuol dire che le mafie non sono riconducibili solo alla storia criminale ma fanno parte a pieno titolo della storia d’Italia.

Non corriamo, dunque, il rischio di scadere nella retorica delle mafie, rischio permanente in Calabria la regione dove opera la ‘ndrangheta, oggi considerata la più potente e ricca organizzazione criminale del mondo, che ha il monopolio di fatto del traffico internazionale di droga, che si muove da Gioia Tauro a Bogotá, che si infiltra nei nostri Comuni ma anche in Lazio, Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna. Se, allora, la diffusione della criminalità organizzata è così ampia, in contesti diversi e anche difronte a forti azioni repressive, ciò non può che voler dire che le mafie dimostrano di avere affinità e capacità di dialogo con il potere economico e politico. Senza questa stretta interconnessione, non è spiegabile la loro resistenza e duratura sopravvivenza. Le mafie sono, dunque, criminalità di potere. Weber ci ricorda che “ogni potere cerca di suscitare e di coltivare la fede nella propria legittimità”.

E’ la legittimazione dall’alto, forse, e non solo quella dal basso a fare la fortuna dei mafiosi. Il semplice consenso popolare non sarebbe stato sufficiente al loro successo, visto come sono diversamente andate le cose ad esempio per i briganti, i quali pur godendo di un vasto consenso sociale, sono finiti tutti estinti. Eppure, nel corso della storia anche recente del nostro paese, più volte siamo stati vicini a una sconfitta o un importante ridimensionamento delle mafie; più volte si sono create le condizioni di un’affermazione dello Stato e ciò è accaduto quando è mutato il contesto politico, economico e strutturale in cui le mafie dominavano. Penso agli anni ’60, quando la modernizzazione del Sud sembrava aver messo fuori gioco le organizzazioni criminali, penso ancora alla primavera siciliana che seguì le stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Tutto sono le mafie tranne che una inevitabile manifestazione della modernità contro cui niente possono le forze sociali, politiche e istituzionali. Le mafie durano tanto a lungo non per la loro forza intrinseca, né tantomeno per la capacità militare, ma solo per la passività, la superficialità, la collusione dell’orizzonte culturale da parte delle forze che dovevano e debbono combatterle. E ciò è tanto più vero a livello centrale.

Spostiamo dunque più in alto l’asticella del nostro agire: il rilevante radicamento delle mafie al Nord ci dice in maniera chiara che esse non sono frutto di un modo di essere, di una cultura o di una mentalità ma anzitutto di convenienze di potere ed economiche. La ‘ndrangheta e’ una piattaforma che offre servizi per i quali – qui sta il punto vero – c’e’ una domanda da parte dell’imprenditoria e della politica del nord. Una delle ultime inchieste della magistratura milanese che ha portato all’arresto anche del sindaco di Seregno e’ emblematica in tal senso.

Evitiamo perciò che sulla questione mafiosa si applichino inaccettabili posizioni pseudo culturaliste o antropologiche adottate sulla questione meridionale e che non hanno aiutato minimamente l’Italia a capire se’ stessa e a trovare soluzioni adeguate, o peggio a non capire il salto di qualità in atto, come –ad esempio – la presenza di una sorta di nuova organizzazione delle mafie che vede insieme pezzi delle mafie, pezzi della massoneria, dello Stato, delle classi dirigenti del nostro Paese .

Ha detto Papa Francesco incontrando mesi fa la Commissione Parlamentare Antimafia: ‘’…diventa decisivo opporsi in ogni modo al grave problema della corruzione che, nel disprezzo dell’interesse generale, rappresenta il terreno fertile nel quale le mafie attecchiscono e si sviluppano. La corruzione trova sempre il modo di giustificare sé stessa, presentandosi come la condizione ‘normale’, la soluzione di chi è ‘furbo’, la via percorribile per conseguire i propri obiettivi. Ha una natura contagiosa e parassitaria, perché non si nutre di ciò che di buono produce, ma di quanto sottrae e rapina. È una radice velenosa che altera la sana concorrenza e allontana gli investimenti. In fondo, la corruzione è un habitus costruito sull’idolatria del denaro e la mercificazione della dignità umana, per cui va combattuta con misure non meno incisive di quelle previste nella lotta alle mafie’’. “Lottare contro le mafie – ha aggiunto il Pontefice -significa non solo reprimere. Significa anche bonificare, trasformare, costruire, e questo comporta un impegno a due livelli. Il primo è quello politico, attraverso una maggiore giustizia sociale, perché le mafie hanno gioco facile nel proporsi come sistema alternativo sul territorio proprio dove mancano i diritti e le opportunità: il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria”.

Io condivido totalmente questa impostazione, che dimostra peraltro come l’allargamento delle zone di influenza (usiamo le parole giuste e quindi smettiamola di parlare di semplice penetrazione delle mafie al nord!) della ‘ndrangheta nel nostro Paese è problema ben più serio di come lo descrivono alcuni frettolosi osservatori, tutti piegati su un improbabile dato antropologico!

Il problema torna, dunque, alla politica e ancora una volta ci vengono in soccorso le parole del Pontefice, che in quell’intervento che io ritengo fondamentale per la comprensione esatta

Ha detto infatti Bergoglio: ‘’La politica autentica, quella che riconosciamo come una forma eminente di carità, opera per assicurare un futuro di speranza e promuovere la dignità di ognuno. Proprio per questo sente la lotta alle mafie come una sua priorità, in quanto esse rubano il bene comune, togliendo speranza e dignità alle persone’’.

Il 4 si vota e queste parole sono più che un’indicazione.