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DOPOilVOTO. Il voto del Sud che terremota la politica italiana

DOPOilVOTO. Il voto del Sud che terremota la politica italiana
scosse UNO. La vera differenza tra il voto italiano e quello di altri paesi europei in cui è emerso il populismo/sovranismo (definizione ambigua e/o imprecisa che però fa capire di che si parla) è concentrata per intero nel (ri)esplodere dentro il voto italiano della questione meridionale. La somma dei voti 5s, Lega Nord e Fratelli d’Italia senza il colossale exploit dei 5s nel Sud non avrebbero raggiunto la maggioranza assoluta andando oltre le soglie populiste degli altri grandi paesi europei. Se i 5s avessero avuto nel Mezzogiorno la media elettorale ottenuta nel Centro Nord non sarebbero diventati la forza imponente che ora sono. Inoltre, l’exploit grillino è stato consentito direttamente dal crollo del Pd meridionale. Controprova: il Pd governa tutte le Regioni del Sud (tranne la Sicilia perduta da poco) ma se invece delle politiche si fossero svolte le regionali oggi i Governatori sarebbero tutti grillini (Sicilia compresa). Di contro, nel Nord s’è registrata una trasformazione profonda: non c’è più il centro-destra ma una destra-centro: Salvini più Meloni sono quasi il doppio di Berlusconi. Salvini, uno dei due vincitori delle elezioni, viene però sconfitto rispetto al progetto di trasformare la Lega Nord in partito nazionale indebolendo la pretesa di governare il paese (che invece il destra-centro è costretto a riconoscergli).

DUE. Il voto del Sud è quindi l’epicentro del terremoto che investe l’intero paese. Ma qual è il suo significato? Il Mezzogiorno ha una storia antica di richieste e domande all’Italia. Ha alternato richieste di protezione sociale (con ampie spinte assistenziali) a domande d’innovazione profonda (in sintesi: il superamento del dualismo italiano). La richiesta di protezione sociale è stata accolta (ogni volta possibile sul piano finanziario) diventando il bancomat per il consenso di tutti i governi di Roma. Un gigantesco scambio tra voti e assistenzialismo al cui confronto i voti di scambio giuridicamente definiti, appaiono innocui spruzzi di acqua fresca provocati da Roma e non dal Dna criminogeno del Sud (per questo crescono invece di diminuire, ma inutile spiegarlo alla presidente, ex, Rosy Bindi). Invece, la richiesta innovativa del Sud, talvolta nascosta e mescolata con assistenzialismo e spinte antisistemiche, è rimasta sempre inevasa. Mai raccolta se non marginalmente e in modo mai risolutivo (unica eccezione, poi spezzata, una fase della Cassa del Mezzogiorno): Autunno caldo, nascita delle Regioni, finanziamenti per cooptare la generazione del Sessantotto nel sistema di potere nazionale l’hanno poi definitivamente seppellita negli anni Settanta del secolo scorso. In queste elezioni richieste di protezione e innovazione sembrano essersi sommate tracimando pericolosamente sui vecchi equilibri.

TRE. Ma perché l’exploit dei 5s colpisce in modo diretto e pesante il Pd? L’ipotesi che una parte del popolo Pd in odio a Renzi o agli scissionisti si sia spostata su Di Maio percependolo come un leader provvidenziale per la sinistra appare quantomeno azzardata: il Pd viene abbandonato da pezzi di popolo meridionale, in modo omogeneo e organico, al di là delle vicende particolari di ceto politico, perché giudicato ormai incapace di assicurare protezione e/o d’innescare innovazione (come accadde all’ultima Dc, ai sindaci delle “Primavere” meridionali: Bianco, Bassolino, Orlando, Falcomatà - tutti di sinistra - all’Ulivo e a Berlusconi. Il fatto che il boom dei 5s e la speculare sconfitta del Pd siano omogenei in tutto il Sud e senza eccezioni dimostra quanto poco abbiano pesato i singoli gruppi dirigenti meridionali dei due partiti. Irrilevanti perché gruppi dirigenti incapaci sia di vincere che di perdere. Ha pesato molto di più, invece, questo tempo in cui la più feroce crisi economica del paese è alle spalle nel centro nord che torna ai livelli del 2008 mentre al Sud il fragile recupero si ferma sotto il livello di vita del 2008 e lascia sul campo parecchie centinaia di migliaia di posti di lavoro, uno strato più alto di povertà, masse che rinunciano a curarsi, la perdita della speranza del futuro per la maggioranza della popolazione che diminuisce mentre nelle abitazioni del ceto medio e dei ceti professionali si svuotano e perdono il rumore dei ragazzi. Perché allora fidarsi del Pd anziché puntare su un nuovo tutore?

QUATTRO. Interessi comuni e contiguità tra la Destra-centro e il M5s sono decisamente minor per Salvini e Di Maio rispetto al conflitto tra i rispettivi territori. Salvini vuole impegnare il grosso delle risorse della ripresa nella diminuzione delle tasse (il cui gettito maggiore viene dal Nord) per difendere piccola e media imprenditoria manifatturiera del Nord (non sempre moderna e non sempre piccola e media) scarnificando lo Stato sociale. Di Maio vorrebbe spendere le risorse nel reddito di cittadinanza, nei fatti per i disoccupati concentrati al Sud. Ne risentirà la stabilità strutturale del paese? L’Italia repubblicana ha sempre avuto partiti-nazione. Non è più così. L’unico partito-nazione rimasto in Italia è un Pd fragile e dal futuro incerto. Dal 4 marzo emerge un’Italia spezzata in due blocchi, quasi due Principati di case regnanti diverse. Certo, si cercheranno e forse si troveranno mediazioni. Ma il meccanismo dell’instabilità resterà in piedi. Un contesto che potrebbe proporre interrogativi più di fondo sulla tenuta del Belpaese.