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Modelli Reggio, Catanzaro, Cosenza. Ma manca ancora il “Modello Calabria”

Modelli Reggio, Catanzaro, Cosenza. Ma manca ancora il “Modello Calabria”
calabrie Dopo il “modello Reggio” targato Scopelliti in Calabria, alle prossime regionali, potrebbe profilarsi un “modello Cosenza” etichettato Occhiuto o, perchè no, un “modello Catanzaro” logato Abramo. Ovviamente siamo nel campo delle congetture. O meglio dei desiderata, se pensiamo a quanto successo il 4 marzo e all’effetto dirompente del ciclone Di Maio e Salvini.

Però queste ipotesi, stimolano qualche riflessione di metodo, al di là del merito. Il primo dato è che tutte portano il nome delle tre città più rilevanti della regione e coinvolgono i Sindaci delle stesse, in una regione che denuncia proprio la mancanza di realtà urbane forti e tali da imporre gerarchie riconosciute. Il modello dei Sindaci è una esperienza non nuova, per la verità, se si pensa che c’è stato un momento in cui si pensava che perfino il Capo del Governo dovesse essere una sorta di Sindaco d’Italia, nell’intento di trasferire a dimensione nazionale il prototipo, sicuramente positivo, dei Sindaci, a partire dalla legge elettorale.

La figura del Sindaco è andata assumendo, nel tempo, un ruolo centrale nella vita sociale e politica dei territori, un punto di riferimento nella ricerca di risposte, le più disparate, nella vita delle comunità. Con una amplificazione ancora più elevata, favorita dall’elezione diretta e ancor più in periodi di crisi economica devastante ed in territori in cui più acuto è il bisogno di solidarietà e di soddisfacimento delle esigenze primarie. Tutto questo, però, porta inevitabilmente ad enfatizzare il ruolo identitario del primo cittadino, che è portato ad immedesimare la propria funzione con quella di tutore esclusivo e assoluto degli interessi del territorio amministrato. In una visione in cui si tende a restringere sempre di più il campo di azione e di tutela, passando dal perimetro urbano, al quartiere, al campanile. In una progressiva segmentazione dell’operato politico e amministrativo delle giunte e, ancor più dei consigli comunali, dove ormai approdano non i rappresentanti dell’intero territorio comunale, ma i delegati di gruppi di interesse sempre più ristretti e aggressivi dai vari sobborghi urbani.

La Calabria, ma ormai è arrivato il tempo di ritornare alla vecchia declinazione al plurale della regione, è la terra in cui più acute e radicali si manifestano le diversità di cultura, storia, tradizioni, linguaggio, di credo, superstizioni, abitudini alimentari ecc. Al punto che uno dei temi irrisolti e, di volta in volta, oggetto di studi, ricerche, riflessioni da parte degli intellettuali è quello dei caratteri identitari del popolo calabrese. Anche quelle che rimangono alcune delle pagine più illuminanti sul carattere dei calabresi, quelle di Corrado Alvaro, arrivano alla astrazione più sublime, ma non a riconoscere un codice comune, mentre la straordinaria narrazione poetica di Leonida Repaci sulla nascita della Calabria, proprio nello sfolgorante tripudio di colori, luci, cielo, mare e montagne incantate costituisce la massima esaltazione delle sue bellezze naturali, ma anche delle croniche diversità dei brandelli di spazio che compongono questa terra.

E San Giovanni Paolo II in un memorabile discorso tenuto a Catanzaro il 6 ottobre 1984, nel corso della storica visita in Calabria, “terra di contrasti”, auspicò che “ il lungo tirocinio con cui la storia della vostra terra vi ha allenati alle sintesi vitali, vi consenta di portare a felice attuazione questa, se pur difficile , tanto necessaria e urgente, sintesi tra istituzione, risorse, energie disponibili” .

E’ incontestabile che uno dei motivi, se non il più determinante, del drammatico fallimento dell’esperienza del “modello Reggio” alla guida della regione Calabria sia stato proprio l’orizzonte limitato al municipalismo più gretto dell’azione politica di quella giunta, che aveva trasferito a Palazzo Alemanni quasi l’intero apparato di Palazzo San Giorgio. E non sono pochi quelli che leggono nelle traversie dell’attuale giunta regionale anche il fardello di una visione e di un metodo di lavoro limitati dalle liturgie e dalle tempistiche bizantine.

La guida di una regione difficile come la Calabria richiede un supplemento di sensibilità, di cultura, di capacità di fare delle diversità un punto di forza di crescita e non già un muro invalicabile entro cui far dilatare gli egoismi, le particolarità e i contrasti. Una visione alta che superi i confini e colleghi i borghi alle città, il mare ai monti. i dialetti alla storia, la regione all’Italia e all’Europa. La Calabria ha pagato prezzi ancora pesanti alle contrapposizioni di campanile e al localismo. Oggi, tra l’altro, tutto questo retaggio di antichi modelli culturali, rischia di essere spazzato via dal vento dei populismi e dalla forte domanda di cambiamento radicale, che sta investendo il paese. La Calabria è il territorio più fragile ed esposto alle suggestioni di tutte le derive della disperazione, della paura, dell’emarginazione.

L’appuntamento a cui sono chiamati i calabresi il prossimo anno è quello, allora, di chiudere con il passato e riuscire a costruire una nuova modalità di gestire la cosa pubblica, facendo sintesi dei diritti e della voglia di giustizia sociale e di uguaglianza con il resto del paese, che si sprigiona con forza sempre più esplosiva dal Pollino all‘Aspromonte. E che reclama ai partiti tradizionali di rigenerarsi dalle fondamenta, se non nel nome, negli uomini, nel linguaggio e nell’affinità autentica dei programmi per costruire un percorso condiviso di crescita e di sviluppo che possa essere finalmente identificato e riconosciuto come ”Modello Calabria”.