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L’ANALISI. Scopelliti e la maledizione del “modello Reggio”

L’ANALISI. Scopelliti e la maledizione del “modello Reggio”
scop   Un parente lo ha lasciato davanti al carcere di Arghillà, la collina a nord di Reggio che sembra volersi tuffare nello Stretto, ed è subito andato via. La prigione a cui Giuseppe Scopelliti, Peppe per gli amici, ha bussato in solitudine è lì, riservata ai soli condannati definitivi. Come lui. Lo hanno riconosciuto, hanno aperto e poi richiuso il cancello alle sue spalle.

S’è conclusa così l’avventura dell’enfant prodige della destra italiana. Radicato a Reggio, la città dei Moti dei Boia chi molla, da quella postazione aveva strappato la carica di segretario nazionale del Fronte della Gioventù, l’organizzazione dei ragazzi del Msi di Almirante. Scopelliti venne eletto nel 1993 quando cresceva il potere di Fini e si dipanava il progetto di tirar fuori il Msi dal ghetto fascista. Peppe fu un pupillo di Fini, anche se poi lo avrebbe tradito scegliendo Gasparri, di cui Scopelliti fu un grande elettore, e poi passando a Berlusconi (segretario calabrese del PdL). Aveva la stima e il consenso dei colonnelli finiani. E da leader italiano dei giovani della destra, intanto, s’era impadronito della poltrona di consigliere comunale di Reggio e, dopo, di quelle di consigliere regionale e presidente del Consiglio in Calabria.

Non fu contento quando gl’imposero di dimettersi per correre da sindaco a Reggio. Italo Falcomatà (tradizione Pci) era morto consegnandosi alla storia come il sindaco della “primavera reggina”. La destra voleva dimostrare ch’era stato un’anomalia (ri)conquistando la città. Scopelliti alla fine ubbidì: si tuffò nell’impresa e vinse al primo colpo col 53%. Cinque anni dopo stravinse con un vertiginoso 70%.

Grandi vittorie, su cui dopo si sarebbero accumulate ombre, racconti, dicerie e sospetti di suoi rapporti con le cosche, lanciate e rilanciate dai pentiti (ma mai diventati processo). Ma per Scopelliti fare il sindaco fu l’inizio dei suoi guai.

Puntò su due obiettivi: conquistare da sindaco la Regione e saltare nella politica nazionale. Per questo inventò “Il modello Reggio”. In realtà, il "modello" fu l’amministrazione di una città meridionale con lo stile e i meccanismi della Prima repubblica in una fase storica in cui i soldi della Prima repubblica (e quindi anche la disattenzione su come venivano spesi) non c’erano più. Reggio diventò sfavillante. Si spendeva e spandeva senza andare troppo per il sottile. Il bilancio comunale (feste e specchietti) venne subordinato al piano di guerra per conquistare la Regione finanziandone il consenso. Il retroscena è drammatico. Reggio è (di parecchio) la città più grande della Calabria. Ma fino a Scopelliti non aveva mai espresso un Governatore della Calabria se si esclude una breve parentesi grazie a un ribaltone del centro destra. Sarà lui il primo reggino eletto ai vertici, 40 anni dopo la nascita della Regione. Insomma, in Calabria qualche problema c'era già da prima.

La sentenza che manda in prigione Scopelliti è figlia e conclusione del “Modello Reggio”. Racconta che Scopelliti non ha mai rubato un euro. Ma i giudici hanno accertato che i bilanci comunali, complici i revisori dei conti anche loro condannati, erano stati falsificati grossolanamente grazie ai maneggi della dirigente Orsola Fallara, un’amica di Scopelliti, da lui promossa a quel ruolo e morta suicida per il montare delle prime avvisaglie dello scandalo. Solo dopo quel suicidio si iniziò a scoprire cos’era accaduto. E si scoprì che Scopelliti fosse fin dall'inizio consapevole di tutto e dei falsi che aveva avallato. Insomma, niente ruberie, niente voti di scambio, né scambi di favori con le cosche della ‘ndrangheta, nella capitale della mafia giudicata la più potente del mondo. Ma, appunto, falso in bilancio.

Solo dopo che Scopelliti andò via da Sindaco, dopo aver fatto eleggere un suo fedelissimo come successore, sulla città si concentrarono attenzioni che, alla fine sarebbero costate a Reggio un primato che forse non le sarà mai più tolto: essere stata l’unica grande metropoli mediterranea in cui consiglio comunale e amministrazione sono stati cacciati per mafia.

Ieri il rumore del cancello di Arghillà ha chiuso una storia che lascia sul terreno una città ancora in profonda crisi dove bisogna stare attenti a chi si stringe la mano e non è semplice trovare un partner incolpevole per giocare a tennis (copyright del procuratore Cafiero De Raho). Ci sono strade piene di buche, tasse comunali altissime, un debito stellare e trentennale in milioni di euro. E soprattutto c’è la sensazione che forse qualcosa non ha funzionato.