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Scopelliti è in prigione: ora l’Italia e la Calabria sono migliori?

Scopelliti è in prigione: ora l’Italia e la Calabria sono migliori?
Scopemoglie Beppe Scopelliti, rampollo di grandi speranze, qualche anno fa, della destra italiana, ex governatore della Calabria, ex sindaco di Reggio, si è presentato al carcere della sua città, con una valigetta, e si è consegnato alle guardie.

Non voglio esprimere un parere sulla sentenza della Corte di Cassazione, sia perché non ne conosco le motivazioni sia perché non sono un esperto. Però ho conosciuto un po’ Scopelliti e so di cosa è stato accusato. Conosco anche molti altri tentativi di portarlo verso il carcere che si sono succeduti negli anni scorsi, e che non sono riusciti.

Scopelliti è un ex fascista, impetuoso, aggressivo, pieno di idee, un po’ precipitoso. E’ quello che una volta si definiva “un animale politico”. La politica è la sua passione, la sua dimensione di vita. Ha fatto politica di strada, quando era ragazzo, nei primi anni ottanta, credo in maniera anche rude e talvolta violenta. La politica allora era così. Lui era il capo del “Fronte della Gioventù”, l’associazione che raggruppava i ragaz- zi del Msi. Poi è entrato nelle stanze del potere, si è fatto largo, ha tirato gomitate, e ha imparato a fare anche i compromessi, gli accordi, le intese segrete.

Io lo ho conosciuto sette o otto anni fa, era stato eletto da poco governatore. Aveva delle idee, era convinto di poter fare molto per il riscatto della Calabria. Lo ho incontrato varie volte, per motivi di lavoro. Ho sempre avuto l’impressione di trovarmi di fronte a una persona lontanissima da me per valori, pensieri, cultura, modi di vivere - ma sostanzialmente per bene. Che aveva radunato nelle sue mani una quantità di potere troppo grande. Soprattutto troppo grande per la sua statura politica. E per il sistema di relazioni del quale disponeva. Credo che avesse un modo molto spregiudicato di fare politica, convinto di poter evitare il culto ossessivo delle norme, in virtù del grande consenso del quale disponeva. Ma non credo che abbia commesso dei delitti.

Lo hanno condannato per falso in atto pubblico per una vicenda di delibere che lui non ha elaborato ma sulle quali, come sindaco, ha messo la firma. C’era del dolo, in quelle firme, o solo disattenzione colposa? E quelle delibere erano censurabili, sicuramente, dal punto di vista politico, ma lo erano anche da quello giudiziario, o invece la magistratura, condannando Scopelliti, è intervenuta nel merito di alcune scelte politiche - discutibilissime ma comunque politiche? Questo è il primo gruppo di domande.

Poi c’è un’altra domanda. E riguarda la pena. Mi pare di avere capito che a Scopelliti, se considerato colpevole, poteva essere affibbiata una pena dai dodici mesi ai sei anni. C’è una bella differenza tra 1 anno e 6. La via di mezzo sarebbe tre anni. Ma con tre anni Scopelliti non sarebbe andato in carcere. Invece i giudici hanno deciso una pena pesantissima: quasi cinque anni. Perché? Non c’è accanimento del decidere una pena così alta per un reato molto, molto discutibile? Non c’è la volontà di vedere comunque l’ex potente governatore dentro una cella della prigione? Non c’è voglio dire - la tensione alla cosiddetta “pena esemplare”, che crei un precedente, che suoni da avvertimento, che dica alla politica: «attenzione, non basta il consenso popolare per esercitare il potere, la magistratura si riserva il diritto di interloquire nelle scelte politiche, anche in modo pesantissimo». Ho l’impressione che nella scelta dei quasi cinque anni di carcere ci sia proprio questa idea. Perciò penso che la sentenza si stata ingiusta. E che sia venuta a conclusione di lunghe e infruttuose indagini su Scopelliti. Compresa l’ultima, quella che ha portato in carcere, un anno e mezzo fa, diversi uomini politici vicini a lui, accusati di essere mafiosi. Tra gli altri fu messo in prigione uno dei suoi assessori più importanti, e cioè il senatore Caridi, che qualche giorno fa è stato liberato dalla Cassazione per mancanza di indizi (dunque la Cassazione ha riconosciuto una persecuzione nei suoi confronti da parte di Pm e Gip) e che molti immaginano fosse stato arrestato proprio per costringerlo a dire qualcosa che tirasse in ballo Scopelliti.

Ma lasciamo stare questo ordine di riflessioni. Passiamo a un altro piano di ragionamento: il carcere. Vi ho confessato che l’ingresso di Scopelliti in prigione mi ha stretto il cuore. Anche perché ho conosciuto sua moglie, e sua figlia (che all’epoca aveva dodici anni e che ieri ha scritto una lettera molto bella e commovente al padre) So che due anni fa ha avuto un’altra bambina. Mi è difficile vedere l’ordine di carcerazione di Scopelliti in modo diverso da un atto di violenza nei confronti suoi e della sua famiglia.

Capisco l’obiezione sacrosanta: «Ma tu sai quante persone, ogni giorno, varcano il cancello del carcere?». Ecco, è proprio qui il punto. Noi non sappiamo chi sono quelle persone, le loro vite, i loro sentimenti, le loro emozioni, il male e il bene che hanno fatto. Quindi per noi sono astrazioni. E anche il carcere finisce per essere un’astrazione. Invece no: sono persone concrete, di carne come Scopelliti. E subiscono una violenza grandissima, la separazione dalla famiglia, la privazione della libertà, il potere innaturale di qualcuno su ogni gesto e ogni atto della propria vita. E’ giusto così? Non dobbiamo porci il problema di come esista una scarto evidentissimo tra l’idea media del nostro vivere civile, negli anni duemila, e il medievalismo del carcere pensato come misura principale di controllo della legalità?

Non esiste nessun altro modo di controllare la legalità che esercitando violenza - violenza di Stato?

Un atto come l’arresto di Scopelliti migliorerà la qualità della nostra vita politica? E migliorerà il livello della nostra vita civile l’arresto e la carcerazione di un’altra persona che ha commesso un piccolo reato, e che non è pericoloso?

Non pretendo di rispondere a queste domande con tanti orgogliosi e clamorosi no. Però almeno consentitemi di porre queste domande. Forse vale la pena di rifletterci.

*direttore del Dubbio