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Governo dopo 50 giorni: ridateci l’Italicum con doppio turno e ballottaggio

Governo dopo 50 giorni: ridateci l’Italicum con doppio turno e ballottaggio
italicum All’inizio fu un tripudio. Gigino Di Maio, a cavallo delle sue stelle, informò tutti gli italiani di aver stravinto le elezioni: 11 milioni di cittadini lo avevano scelto e finalmente avremmo avuto per la prima volta nella storia del paese un Capo di governo scelto direttamente dal popolo: lui medesimo! Il popolo, quello pentastellato, esultò insieme agli sponsor di giornali e talk show che l’avevano sostenuto. Unica voce contro, coi rispettivi giornali e Tv di sostegno, Salvini: ho vinto io, tuonò. Spiegò, il nuovo capo del centro destra, che aveva il 37% dei voti contro il 32 di Di Maio. Quindi, carta canta.

Così, tra alti e bassi, è trascorso oltre un mese e mezzo dal voto. Giorni e giorni durante i quali gli italiani scoprirono un giorno via l’altro che non aveva vinto nessuno, anche se alcuni erano stati fatti neri a bastonate. Al massimo, a voler essere generosi, c’erano dei “miglior perdenti”, espressione da premio di consolazione per chi non ce l’ha fatta. Primo miglior perdente, il centro destra; secondo, il M5s. Gli altri, come il Pd, perdenti e basta. Per non dire di LeU: non classificato.

La responsabilità fu rovesciata sul Rosatellum. La nuova legge elettorale, nata renziana, consentiva “l’antipatico sicuro” su cui scaricare le colpe per la trappola di un paese senza maggioranza. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Si fecero avanti gli esperti e, calcoli alla mano, scoprirono che qualunque sistema elettorale, tra tutti quelli dal 18 aprile del 1948 ad oggi, avrebbe dato lo stesso risultato lasciando in campo a fine partita solo “miglior” e “peggior” perdenti e nessun vincente. La spiegazione è stata più impietosa di una sentenza: se il popolo è diviso in tre o più parti separate nessuno può raggiungere la maggioranza assoluta, cioè la metà più uno dei parlamentari. Insomma, il Rosatellum, confuso com’è, non c’entra.

Dopo la scoperta analisti e talk show, facendo proprie le valutazioni della gggente ferma in tutti gli angoli delle strade d’Italia, hanno iniziato a teorizzare, prima timidamente poi in modo sempre più marcato, che anche il nostro paese dovrebbe fare lo sforzo di darsi una legge a doppio turno con il ballottaggio tra primo e secondo arrivato: il primo, governa; il secondo, controlla. Dopo 5 anni si torna al voto: i cittadini giudicano, decidono e si riparte. Come si fa per i sindaci.

Perfino nel salotto della Gruber (certo, assente Travaglio) sere addietro Nicola Farinetti, inteso Oscar, alle spalle una vita industriosa tra componenti elettroniche e roba da mangiare, sotto lo sguardo divertito di un filosofo sofisticato come Massimo Cacciari, ha sostenuto che la prima cosa che deve fare il nuovo governo è una legge elettorale a due turni col ballottaggio tra i primi due partiti (non coalizioni, ha rimarcato). Anzi, Farinetti consiglia a Mattarella di scriversela da solo la legge. E poi la consegni al nuovo capo del governo ordinandogli d’approvarla. L’importante è “che sia come quella per i sindaci e della Francia”.

Insomma, una legge uguale all’Italicum, la legge elaborata dal professore D’Alimonte, studioso di sistemi elettorali ed editorialista del Sole24.

La gran parte degli italiani non lo sa o comunque non lo ricorda, ma quella legge, che Renzi presidente del Consiglio chiese a D’Alimonte, venne approvata dal Parlamento e diventò legge dello Stato. Non entrò in vigore. Non perché, come si sostiene con la furbizia della cattiva coscienza, venne bocciata dalla Corte costituzionale. Ma perché dopo la vittoria del No al referendum, che rafforzò il nostro stravagante bicameralismo perfetto, la Consulta fu “costretta” a mutilarla rendendola inservibile.

Ma ora l’urlo è unanime: ridateci l’Italicum o qualcosa che gli assomigli come una goccia d’acqua.