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L’INTERVENTO. Le due destre nel deserto

L’INTERVENTO. Le due destre nel deserto
bacio Ormai è evidente a tutti, al di là di come e quando si tonerà alle urne, che è arrivata l’ora di dire con forza e decisione che il 4 marzo ci ha lasciato in eredità un segno forte, voluto dall’elettorato e che i primi sondaggi confermano ed anzi amplificano: c’è un istinto di destra prevalente, quasi un impulso pre-politico (Ezio Mauro), una sorta di inclinazione di natura che accomuna Lega e 5 stelle.

Sono due destre ovviamente diverse: quella di Salvini di stampo propriamente lepenista, sovranista, sempre pronta a far virare la politica estera del Paese verso altri lidi, una sfida permanente al sistema. L’altra destra, quella di Di Maio, è invece una destra post ideologica, la guerra anche in questo caso permanente alle élite, alle istituzioni, ambigua nella collocazione internazionale, protervia nel rifiuto al politicamente corretto.

Entrambe fuori dalla storia delle culture politiche dell’Occidente. Ma sono un segno dei tempi.

Reggeranno queste due destre assieme? Come e quando sarà possibile una saldatura finale? Lo si vedrà già alle prossime elezioni? I punti interrogativi della vicenda politica italiana stanno lì a dimostrare che la partita è tutta formalmente aperta, a patto che la metà – poco più, poco meno - dell’elettorato italiano che il 4 marzo non ha accettato di seguire le strade indicate dalle due destre ritrovi un minimo di unità.

Al momento questa parte dell’elettorato è però divisa, dispersa, frazionata e, dunque, debolissima. Cerca disperatamente chi può rappresentarla, non ha un leader nemmeno alla lontana paragonabile ai due di cui sopra (con Di Battista pronto a tornarsene dalla California); servirebbe un Renzi o finanche un Berlusconi d’altri tempi. Forse non le servirebbe però nemmeno questo, visto il sistema elettorale che frammenta la rappresentanza, ma in ogni caso servirebbe davvero un lupo, un predatore aduso alle durezze della lotta politica in atto in Italia, in grado di proporre una visione alternativa a quella dei nemici della società aperta. Ma di tutto questo – diciamo la verità – non c’e’ traccia alcuna.

Servirebbe un’operazione nuova, coraggiosa, aperta. Alla Macron, grosso modo, che però ha saputo sfruttare condizioni politiche ed istituzionali (vedi la legge elettorale vigente in Francia) che qui in Italia non ci sono e quindi tutto è piu’ difficile e complicato. In questo deserto italiano, accentuato nei toni semi lunari dall’assenza di una qualsivoglia proposta decente da parte del Partito Democratico (meglio: di quel che resta del Pd) l’unica speranza è che il popolo di risvegli, si renda conto del terribile inganno in cui rischia di cadere, anzi ci è già caduto, e indichi una strada alternativa.

   Oggi la verità è che i due predicatori della fine del mondo dovranno trovare una strada per stare assieme, fino alla fine della distruzione cui sono per ragioni storiche condannati tutti i populismi. L’ Italia conosce questa drammatica transizione nell’epoca peggiore del dominio dei social, cui ha fatto da contraltare il tramonto di ideologie, partite, idee. Il tempo ci sarebbe pure per rimediare, ma serve il coraggio dei tempi migliori.