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L'ANALISI. Sulla pelle del Paese

L'ANALISI. Sulla pelle del Paese
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È difficile separare il volto di Mattarella da quello della sofferenza. Chi ha visto la sua immagine mentre stringe il fratello appena ammazzato dalla mafia che gl’inzuppa la giacca di sangue, ritrova sempre quell’espressione dolente sul suo volto. Come durante i sette minuti in cui ha dovuto raccontare agli italiani che, nonostante tutti i suoi tentativi, molti - ha fatto intendere - al limite della rottura dei suoi doveri istituzionali, aveva fallito l’obiettivo di dare un governo all’Italia.

Si discuterà a lungo sulla verità dei suoi gesti. Si addenseranno polemiche furiose e sostegni tifosi. Ma la severità pensosa di Mattarella non s’è mai fatta condizionare dagli scenari. Neanche quando lasciò di sua iniziativa la poltrona di ministro Dc per sottolineare il suo netto dissenso dalla legge che favoriva le televisioni di Berlusconi. Difficile accusarlo, come fanno Di Maio e il Dibba in queste ore, di subalternità a Berlusconi avendolo ricevuto al Quirinale, come membro della coalizione di centro destra guidata da Salvini, con cui Di Maio e il Dibba si vogliono alleare.

La verità è che il meccanismo innescato dal voto degli italiani, ma soprattutto le letture mediatiche del risultato elettorale spettacolarizzate nei talk show, non consentono previsioni certe su come andrà a finire. Stracciata la ridicolaggine da agit- prop in campagna elettorale dell’impeachment, si sa soltanto il meno, cioè l’iter su cui il presidente incaricato Cottarelli s’è impegnato con Mattarella e con gli italiani. Presentazione fulminea del governo con due soluzioni: se Cottarelli verrà bocciato, come sembra inevitabile, si voterà subito dopo l’estate; se dovesse trovare una maggioranza il governo si dimetterebbe comunque per consentire il voto nel 2019 dopo aver risolto le urgenze nazionali. In più Cottarelli garantisce che non farà niente che possa essere confuso con gesti e/ o favoritismi elettorali di parte. Lui non si candiderà in nessun caso, non diventerà un capo-partito (come Monti), e chiederà ai ministri del suo governo di prendere lo stesso impegno.

Scenari già definiti e certi, quindi? Non proprio. Molti, altamente probabili; certi, nessuno. Perfino un Cottarelli che non ottiene la maggioranza (altamente probabile) non percorrerebbe un sentiero sicuro e scontato. Mattarella dovrebbe avviare l’iter per lo scioglimento del parlamento chiedendogli di restare in carica per la normale amministrazione. Ma avviato l’iter (consultazioni coi presidenti delle Camere ecc) prima della sua conclusione potrebbero nel frattempo modificarsi gli orientamenti dei gruppi parlamentari o di parti consistenti di gruppi parlamentari.

Impressiona che sia Di Maio che Di Battista, mentre uscito Conte si aspettava parlasse Mattarella, hanno denunciato i tentativi di raccogliere nelle Camere i voti di quanti non vogliono perdere la poltrona di parlamentare (e c’è da immaginare che siano moltissimi, anzi la quasi totalità).

Ma al di là di questo scenario assolutamente estremo restano avvolti nel mistero punti fondamentali per la comprensione di quanto potrebbe accadere. Salvini ha subìto il fermo di Mattarella o l’ha provocato? Perché ha rinunciato a promuovere il suo braccio destro Giorgetti al posto di Savona varando l’operazione governo? Le accuse che l’abbia fatto per paura di doversi misurare con le sue (irrealizzabili) promesse sembrano inconsistenti. Più credibile che punti a un potere pieno dopo aver messo nel sacco Di Maio, vero sconfitto della partita. La Gelmini ha fatto intendere che Fi avrebbe votato Cottarelli? Salvini ha detto ai giornalisti che il centro destra si sarebbe rotto ed è subito arrivata la dichiarazione ufficiale del No di Fi a Cottarelli. Se si valutano i fatti con freddezza non c’è, e non c’è mai stato nelle settimane passate, alcun segno di rottura vera tra Berlusconi e Salvini, neanche quando è stata eletta la presidente del Senato. Di più. I rischi connessi a nuove elezioni a Salvini devono sembrare decisamente minori rispetto a un governo con Di Maio. Salvini sembra lucidamente convinto di aver già vinto la battaglia per l’egemonia nel paese e teme, con la continuazione della legislatura, di poterla soltanto perdere.

C’è un fatto nuovo forse non ancora interamente valutato. Il rapporto tra Di Maio e Salvini s’è rovesciato. Di Maio nei giorni della lunga trattativa aveva diverse possibilità: governo col Pd e governo con Salvini che doveva scegliere tra niente o il governo coi 5s. Difficile dimenticare la certezza di Di Maio che offre il governo alla sinistra o al centro destra (certo, senza Berlusconi, ma coi suoi garanti). Ora è Salvini che può scegliere. I 5s (che ha già fatto saltare) ma anche le elezioni che, invece, per Di Maio sono campane a morto. Alla luce di questo quadro Salvini potrebbe perfino andare alle elezioni accettando una desistenza di fatto con Di Maio. Ma alla fine sarà lui a scegliere tra i 5S e/o il centro destra perché i forni di Andreotti hanno cambiato proprietario passando da Di Maio a Salvini.