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L’IMPEACHMENT? Il reato che non c’è. Segni, Leone, Cossiga ma solo per far propaganda

L’IMPEACHMENT? Il reato che non c’è. Segni, Leone, Cossiga ma solo per far propaganda
leone A dire impeachment non ci vuole niente. Provarci sul serio però è un’altra cosa e infatti chiunque ci abbia provato è stato poi sconfitto dalla palude di una procedura lunghissima e complessa. Dipende probabilmente dal fatto che l’impeachment in Italia non esiste. Il termine è entrato nel gergo corrente della politica italiana nei primi anni 70, quando la procedura fu avviata negli Usa contro il vicepresidente Spiro Agnew e poi contro lo stesso presidente Richard Nixon. Da noi però le motivazioni che possono portare alla deposizione del capo dello Stato sono molto meno elastiche che negli Usa. Due sole ragioni, alto tradimento e attentato alla Costituzione, entrambe lasciate nel vago e quindi, salvo casi di golpe, difficilmente dimostrabili.

Su questa base, una volta raccolte le firme necessarie, la richiesta va sottoposta a una commissione bicamerale composta dai componenti delle giunte per le autorizzazioni delle due Camere. La relazione della commissione va poi discussa dai due rami del Parlamento in seduta comune e, se la richiesta fosse approvata, ma sinora non è mai accaduto, il caso verrebbe portato di fronte alla Corte costituzionale per un verdetto finale.

La sola fattispecie di reato chiaramente esposta all’incriminazione è il colpo di Stato. In effetti un caso del genere nella penisola poteva profilarsi dopo i fatti dell’estate 1964, quando il comandante dei Carabinieri ed ex capo del Sifar, cioè dei servizi segreti dell’epoca, buttò il giù un progettino di colpo di Stato, il “piano Solo”, d’accordo con il presidente della Repubblica Segni. Non che Segni mirasse davvero, nonostante fosse un uomo d’ordine come pochi, a giocare davvero la parte del Pinochet ante litteram. Il rumore di sciabole serviva a condizionare e impaurire i partiti impegnati in una lunga trattativa per dar vita al primo centrosinistra e raggiunse in pieno l’obiettivo. Il Psi e il Psdi si spaventarono, abbassarono le pretese e il centrosinistra nacque così già morto.

Poi però il premier Moro e il segretario del Psdi Saragat si presentarono sul Colle per saldare il conto. Minacciarono il presidente di metterlo sotto accusa per attentato alla Costituzione. Gli strilli e gli urli risuonarono per tutto l’austero palazzo, poi Segni si accasciò colpito dall’ictus dal quale non si sarebbe più ripreso fino alla morte qualche mese dopo. Quattordici anni dopo la procedura estrema fu minacciata dal Pci ai danni del presidente Giovanni Leone, già da anni bersaglio di una campagna stampa spietata che lo indicava come il misterioso leader politico che aveva ricevuto una tangente d’oro dalla Lockheed per l’acquisto di alcuni aerei. Leone, si scoprì più tardi, era del tutto innocente. Intanto però era stato costretto alle dimissioni nel giugno 1978.

Ma il caso in cui si è effettivamente arrivati più vicini a una vera procedura d’incriminazione ai danni di un capo dello Stato riguarda certamente Francesco Cossiga. Il 7 dicembre 1991 un plico di 19 cartelle fu spedito dagli uffici parlamentari del Pds, che fino a poco prima si era chiamato Pci, al Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa. Il Pds sapeva che il Comitato avrebbe rapidamente archiviato la richiesta, ma aveva già pronte le 239 firme necessarie per riprenderla e sottoporla stavolta al voto delle Camere.

La requisitoria si basava su una bozza preparata dal futuro presidente della Camera Luciano Violante e si basava su un assunto ardito, quello cioè secondo cui un capo dello Stato può cercare di operare un golpe, cioè di modificare gli assetti costituzionali, senza bisogno di ricorrere alla forza. Quando il golpista è il presidente «il colpo di Stato, di regola, non si consumerà nelle forme classiche» bensì con «ogni atto seriamente diretto ad alterare illegittimamente il rapporto tra i poteri dello Stato». Persino i rapporti con i media, le esternazioni televisive nelle quali Cossiga il Picconatore si produceva abitualmente, potevano pertanto essere interpretate come manifestazioni eversive e golpiste.

L’episodio che aveva spinto il Pds a un passo tanto estremo si era verificato meno di un mese prima, quando Cossiga, meno di un mese prima, dopo mesi di contenziosi vari con la magistratura, aveva minacciato il ricorso ai carabinieri e l’arresto di tutti i 32 membri del Csm. L’organo di autogoverno della magistratura aveva deciso di discutere, nella riunione del plenum, cinque pratiche sulle quali Cossiga, in veste di presidente del Csm, aveva posto il veto. Il plenum, negando al capo dello Stato e presidente del Csm, poteri pur formalizzati dalla Costituzione aveva deciso di procedere comunque. Cossiga fece sapere che avrebbe forse presieduto di persona la riunione e che, in ogni caso, avrebbe fatto intervenire i carabinieri se gli esposti fossero stati effettivamente messi in discussione. In effetti seguì i lavori via radio e ad ogni buon conto fece circondare palazzo dei Marescialli dall’Arma in assetto antisommossa.

Il Pds, che era allora il partito più legato al potere togato ma che già sopportava malissimo le continue esternazioni del presidente, decise l’attacco, pur sapendo che i tempi per l’impeachment a pochi mesi dalla scadenza del mandato di Cossiga non c’erano. L’obiettivo era piuttosto condizionare non tanto le esternazioni quanto le concrete scelte del Colle a ridosso del semestre bianco e delle elezioni. Cossiga, comunque, risolse la faccenda dimettendosi sia pure con pochissimo anticipo sulla scadenza naturale della sua presidenza.

Anche il nuovo impeachment contro Mattarella, dopo che passi estremi del genere erano stati minacciati sia ai danni di Scalfaro che di Napolitano senza mai neppure prendere corpo davvero, non mira certo a finire davvero davanti alla Corte costituzionale. E’ l’avvio di campagna elettorale di M5S, e rende l’idea di cosa sarà la campagna elettorale più tesa e drammatica nella storia della Repubblica.

*giornalista del Dubbio