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DECRETO SICUREZZA. La mafia non c’è più: sparita

DECRETO SICUREZZA. La mafia non c’è più: sparita

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Un capolavoro. Un autentico capolavoro, il decreto di Salvini sulla sicurezza, che tanto ha fatto penare il presidente Mattarella prima che vi apponesse la sua firma.

   Tanto di cappello – dice il prof. Enzo Ciconte, che qualcosa di mafie sa, diciamo così - per un ministro che è riuscito a convincere buona parte degli italiani che è in atto un’invasione di neri provenienti dall’Africa e che di conseguenza occorreva provvedere alla nostra sicurezza sigillando i porti, impedendo gli sbarchi e difendendo i confini italiani.
Un capolavoro perché, così facendo, è riuscito a far dimenticare agli italiani una delle promesse più importanti fatte durante la campagna elettorale: espellere chi si trovava sul suolo italiano e mandarli da dove sono venuti. Quante espulsioni ha fatto Salvini? Meno di quelle di Minniti. Espellere costa, e poi per farlo c’è bisogno dell’accordo con i paesi di provenienza, come la querelle di queste ore con la Germania insegna.

   Sono costi e lungaggini. Poche espulsioni. E di questo, che non fa parte della sua narrazione di ministro che difende i confini, si tace.
Un capolavoro, questo decreto, soprattutto perché – Ciconte dixit - non parla di mafia. Perché non ne parla? Evidentemente perché la mafia non attenta alla nostra sicurezza; e dunque il decreto non ne parla. Quindi tutto va bene; del resto, i mafiosi non fanno più stragi, non ammazzano, votano per le persone giuste, fanno di tutto per non essere viste e non fanno niente di tanto pericoloso da essere inclusi in un decreto che ha come specifico argomento la sicurezza.

Attenti: un decreto legge si fa perché ci sono i caratteri della necessità e dell’urgenza. Se la mafia – dice ancora Ciconte - non c’è nel decreto vuol semplicemente dire che affrontare la mafia non ha i caratteri della necessità e dell’urgenza.

Ecco l’altro capolavoro: avere espulso – questa volta è proprio il caso di dirlo – la mafia dalle urgenze necessarie e inderogabili del nostro Paese, è uno sbianchettamento della realtà perché chi vive nei territori dove ci sono inquietanti presenze mafiose sa perfettamente che i mafiosi agiscono in silenzio, corrompendo, facendo viaggiare vagonate di soldi per comparsi immobili, pizzerie, bar, alberghi, farmacie nei centri storici delle città del Nord, persino nella Milano che ha dato i natali a Salvini.
Nel decreto, invece, è contenuta l’idea della possibilità di vendere i beni confiscati ai mafiosi. È un segnale molto pericoloso. Chi conosce le dinamiche mafiose sa bene che mettere in vendita questi beni significa offrire su un piatto d’argento la possibilità ai mafiosi di riacquistarli. Se ciò avvenisse – e con molta probabilità avverrà – lo Stato ne risulterebbe sconfitto perché i mafiosi potrebbero dire ai paesani: avete visto? Noi siamo più forti dello Stato. E questa è una verità incontrovertibile. Lo scopo della legge sui beni confiscati alle mafie era proprio questo. Adesso è tutto travolto e i giovani rischiano di non potere nemmeno lavorare in cooperativa nei terreni confiscati.

Con questo decreto – conclude sempre il prof calabrese che scrive libri e insegna nelle università italiane - gli italiani possono dormire sonni tranquilli. La mafia non attenta alla nostra sicurezza e i confini sono protetti dal ministro dei confini. Buona notte e sogni d’oro.