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L’INTERVENTO. Prodi, il passo in avanti di Renzi e la Calabria

L’INTERVENTO. Prodi, il passo in avanti di Renzi e la Calabria

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E’ arrivato il momento che Renzi faccia un passo indietro “ o un passo in avanti, veda lui. L’importante è sciogliere questa ambiguità”. A sostenerlo con tutta la sua autorevolezza è Romano Prodi nella recente intervista al Corriere della Sera. E qual è questa ambiguità?

“Spero che il PD capisca che la differenziazione ancora esistente e così netta tra potere formale e potere reale nel partito non fa altro che disorientare l’elettore. E’ incredibile che mentre il segretario chiude la festa a Ravenna, il potere reale (Renzi) faccia il discorso a Firenze. Non ho mai visto nella mia vita nessuna organizzazione andare avanti così. Nessuna.” E se lo dice Romano Prodi, che sul “potere reale” è ancora una delle massime autorità bisogna credergli.

Non so se ha ragione Agazio Loiero quando, nel suo fortunatissimo libro “Lorsignori di ieri e di oggi”, paragona Prodi ad un padre della Patria come Alcide De Gasperi (“ L’ancoraggio alla fede cristiana, la dedizione forte alla causa del Paese, l’aggancio all’Europa, l’eloquio scarno, la forza della famiglia, persino talvolta, l’ostilità di una parte non secondaria della Chiesa cattolica che si riversò su entrambi i leader, sono tratti storici che li accomunano” ). Sicuramente ha ragione Loiero che conclude il “ritratto” del Professore in termini facilmente profetici: “Vedrete che dopo questo imponente profluvio di giovinezza, un bisogno di buone radici presto si avvertirà nella società italiana. E Prodi, di là delle cose che dice, dei dinieghi che oppone alle insinuazioni della stampa, è un uomo che sa aspettare.”

Ma l’intervista sembra spalancare le porte, con un formidabile assist, più che a un suo ritorno alla politica attiva, ad un rinnovato impegno in prima persona di Matteo Renzi (o fa un passo indietro o uno in avanti ) e chi lo conosce non può dubitare sulla seconda ipotesi.

Molto interessante è il punto di partenza dell’analisi di Prodi, com’è già stato notato su questo giornale, come netta separazione tra potere reale e potere formale. Problema che costituisce la grande incognita della società italiana (ma non solo) e che è destinato ad accrescere il peso condizionante nella politica, man mano che aumenta il ruolo della finanza sull’economia reale e degli apparati sui governi. Lo stimolo di Prodi è destinato a non rimanere senza conseguenze e non solo a livello nazionale. Perché non c’è dubbio che l’avanzata senza freni dell’asse Lega-M5S non può essere frenata, o ribaltata, dalla non politica del Segretario nazionale  Martina, a cui è stato affidato il compito puramente formale di certificare l’esistenza in vita di quel che resta del Partito Democratico.

Mentre è in atto il più grande tentativo di sovvertire le basi su cui è stata costruita la nostra democrazia parlamentare, con una democrazia espressione dei più istintivi bisogni di una parte del popolo. E‘ evidente che non è la ricerca dell’unità formale di un partito che lo rende interprete credibile e apprezzato delle istanze sociali e politiche di un paese. In questo momento forse è necessario che chi ha maggiore forza, carisma e più largo potere di convincimento, emendato da tutte le scorie del passato e conscio sinceramente degli errori commessi, assuma su di se il compito di affrontare lo scontro con l’attuale maggioranza, elaborando una proposta di cambiamento credibile.

Fino a quando nel PD i termini della contesa rimarranno tutti interni alla lotta contro Renzi per la conquista di una allegoria di potere come la Segreteria Nazionale, questo Partito non avrà futuro. Mentre potrebbe ritrovarlo, cambiando pelle e strumenti di analisi e di linguaggio, se riuscisse a liberarsi di tutti i simulacri moralistici, che gli impediscono di leggere il mondo che li circonda e i bisogni veri della gente, di tutta la gente, non solo dei poveri, oppressa dai servizi che non funzionano, dalle angherie del fisco, di Equitalia  e delle banche che hanno messo in ginocchio le piccole e medie attività imprenditoriali e rispetto a cui il PD di Martina sembra ancorato alla peggiore demagogia vetero comunista. Ecco perché è necessario che chi detiene il potere reale anche nel partito lo eserciti in piena e totale responsabilità, uscendo dalle ipocrisie e dalle ambiguità.

Uguale ragionamento può essere riferito alla situazione calabrese, dove, peraltro, lo spettro della valanga gialloverde è solo motivatamente annunciato. Qui la situazione è ancora più grave perché non emerge nessun personaggio che possa assurgere alla dignità e alla responsabilità di leader riconosciuto. Ma anche qui nel tempo questo partito ha vivacchiato sull’ambiguità di un potere formale, in cui si sono crogiolati tutto il mondo di figuranti che ruotava intorno al Segretario regionale Ernesto Magorno e il potere reale gestito senza progetti condivisi dal Governatore Oliverio, sempre più rinchiuso nel fortilizio della Cittadella, presidiata da uno stuolo di bravi attendenti di campo. Mentre la Calabria continua a scivolare nel baratro, trascinata dalla violenza della natura e dalla incapacità manifesta della sua classe politica e dirigente.

Anche qui diventa indispensabile che chi ha il potere reale lo indirizzi, senza opportunismi, finalmente verso il cambiamento e il bene comune lavorando per creare la più larga convergenza di forze autenticamente democratiche e liberali, del mondo cattolico, della cultura, delle professioni, della scuola e del volontariato.

Mario Oliverio rispetto a questo progetto ha il dovere di fare una scelta di campo, affrancandosi non solo dei suoi errori, ma anche della cultura e degli uomini che ne hanno ispirato l’azione di governo. Anche per lui, come per Renzi, è arrivato il momento: o fa un passo indietro o uno in avanti.