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L’ANALISI. E Prodi rilancia Renzi (e Macron)

L’ANALISI. E Prodi rilancia Renzi (e Macron)

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UNO. La svolta al Pd Prodi la chiede nelle ultime righe di una lunga intervista al Corsera firmata da Marco Ascione. Il Professore teme che l’Italia diventi una democrazia illiberale in un quadro di crisi crescente dell’Europa. Ma ha anche spiegato che questa deriva si può capovolgere  con una alleanza europea da Tsipras e Macron (su Macron alleato, da tempo insiste Matteo Renzi). Prodi è netto: “Le etichette del passato sono un punto di riferimento, ma non bastano”. E poi, ancora più duro: “Se ci rivolgiamo solo ai nostri avremo forse l’unità, ma faremo poca strada”. Il giornalista gli lancia un assist: “Il Pd è un figlio suo, anche se lei si è ormai collocato fuori. In una tenda vicina, per usare una sua definizione”. La domanda non c’è, come quando i giornalisti vogliono lasciare all’intervistato campo libero (con la speranza che regali uno scoop o si metta nei guai da solo). Prodi ne approfitta: "Spero che il Pd capisca che la differenziazione ancora esistente e così netta tra potere formale e potere reale nel partito non fa altro che disorientare l'elettore. È incredibile che mentre il segretario (cioè il potere formale di Martina, ndr) chiude la festa a Ravenna, il potere reale (Renzi che segretario non è, ndr) faccia il discorso a Firenze. Non ho mai visto nella mia vita nessuna organizzazione andare avanti così. Nessuna”. Il giornalista lo provoca: “Tradotto: lei chiede che Renzi faccia un passo indietro?”. E Prodi: "O un passo in avanti, veda lui (cioè Renzi, ndr). L'importante è sciogliere questa ambiguità".

DUE. Apparentemente sembra che Prodi chieda al Pd di sciogliere l’ambiguità tra potere reale e formale al proprio interno. In realtà, tranne smentita ufficiale fin qui non arrivata, Prodi rivolge a Renzi la richiesta di fare un “un passo avanti”, cioè di (ri)assumere la carica di segretario e leader del Pd. Prodi non è uno sprovveduto: sa benissimo che un’ambiguità in politica non può essere sciolta affidando il potere reale a chi ha solo potere formale (in controluce, è un mini saggio di scienza della politica su Conte, il formale presidente del Consiglio che realmente conta quanto il due di coppe quando la briscola è mazze). Insomma, Prodi sembra non lasciar dubbi: se anche vincesse lo schema formale dell’unità lasciando il potere reale a chi non lo ha sarebbe un disastro. Lui invece il disastro non lo vuole e ritiene che Renzi segretario Pd alleato con altri sarebbe meglio degli altri spezzoni di sinistra uniti tra loro.

TRE. Perché Prodi, che fin qui mai aveva dato segni di preferenza verso Renzi, interviene, quasi a gamba tesa, perché riassuma la carica di segretario del Pd? Il passare del tempo e le prospettive che si sono aperte costringono a modificarele analisi proposte in passato, Sullo sfondo c’è la paura dell’ex presidente della Commissione europea che l’Europa vada a sbattere di brutto. Lo spostamento a destra del Ppe saldato a Orbàn, Marine Le Pen e Salvini mette a rischio L’Europa e l’equilibrio mondiale che ha garantito decenni di pace e di crescita. E’ questo il punto centrale delle preoccupazioni di Prodi convinto però che in Europa esistano ancora le energie capaci di contenere le suggestioni illiberali che attraversano il Vecchio Continente. Ma dal ragionamento di Prodi traspaiono altri due punti decisivi. Intanto, la manovra economica italiana di queste ore. Per Prodi il balletto di cifre e le giravolte del governo dimostrano che non c’è alcun disegno di respiro né la salvaguardia immediata degli interessi del paese. I numeri della manovra distribuita su tre anni sono tutti fasulli: l’obiettivo di Salvini e Di Maio è arrivare alle elezioni europee, vincerle assieme ai sovranisti e solo affrontare il resto. Si vedrà dopo quando i due immaginano che accada qualcosa che sia o sembri una “rottura” capace di legittimare scelte che al momento non si possono neanche sussurrare. Si è tenuto il punto contro l’Europa sul 2,4, per avere a disposizione i quattrini necessari a finanziare la campagna elettorale delle elezioni europee. E si è accettato di diminuire il passivo negli anni prossimi, perché tanto negli anni prossimi non si sa come andrà a finire. Infine, terzo punto, il sofisticato ragionamento tra potere reale e potere formale (e Prodi il potere sa cos’è). Il Professore sembra essere arrivato alla conclusione che la rappresentanza reale del Pd (e quindi il potere al suo interno) possa essere garantita solo da Renzi. Tutti gli appelli all’unità che salgono dalla folla dei leader vecchi e nuovi della sinistra, che in realtà si fondano sul presupposto inespresso che la sua condizione sia l’accantonamento (o se si preferisce la definitiva rottamazione di Renzi) prefigurano il fallimento. “Avremo forse l’unità ma faremo poca strada”, riconosce l’ex Presidente del Consiglio prendendo la distanza da tutte le suggestioni della sinistra radicale che continua a inseguire le “etichette del passato”.