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LA SECESSIONE DEL NORD. Ecco perché a Sud gli appelli non bastano

LA SECESSIONE DEL NORD. Ecco perché a Sud gli appelli non bastano

secessione

Cento anni fa l’Italia conquistava una grande vittoria, con grandi sacrifici di popolo e di vite umane. Oggi tra sovranismo e populismo nel paese rischia di vincere la secessione.

E’ passato un anno, quasi nella generale disattenzione, da quando  il 22 ottobre 2017 si è svolto il referendum di alcune regioni del Nord per ottenere l’ autonomia. A seguito del risultato, quasi plebiscitario, l’ex Presidente del Consiglio Gentiloni, nel pieno della campagna elettorale del 4 marzo, ha stipulato con i  Presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, seguite poi da Piemonte e Liguria, l’accordo preliminare sulla cosiddetta “autonomia amministrativa differenziata”. Che altro non è che una secessione camuffata dalla richiesta di trattenere in massima parte il gettito fiscale che si produce in quelle regioni, in barba al principio di perequazione nazionale delle risorse in soccorso delle regioni più svantaggiate, come la Calabria.

In base a quest’accordo le tre regioni, ma abbiamo visto che si stanno aggiungendo anche le altre regioni del Nord, pur se formalmente rimangono a statuto ordinario avranno piena autonomia nel legiferare su 4 delle 23 materie che costituiscono il contenuto del nuovo Titolo V della Costituzione e, cioè, su pubblica istruzione, lavoro, ambiente e sanità. Vale a dire tutto il welfare che interessa direttamente la vita dei cittadini.

L’operazione è andata avanti e, oggi, con il Governo pentastellato e Salvini vicepremier sta per realizzarsi la prima vera riforma istituzionale della Repubblica, che metterà in discussione la stessa l’Unità dello Stato, faticosamente raggiunta. Il tutto, per fortuna, senza spargimento di sangue e senza sparare un solo colpo di fucile. Anzi in un assordante silenzio politico e istituzionale.

Per la verità nel mese di giugno c’è stato, promotore il Governatore della Calabria Mario Oliverio e gli altri Presidenti della Campania, della Sicilia, del Molise della Basilicata e della Puglia un incontro a Napoli per proporre un Patto per il Lavoro. Il ragionamento dei Governatori meridionali è stato che nei prossimi cinque anni, a parte le modifiche della Fornero con quota 100, andranno in pensione  circa 450 mila persone. Un serio problema che può tramutarsi in una grande opportunità per abbassare l’età media dei lavoratori nella pubblica amministrazione aumentando il numero dei giovani laureati occupati, perchè “la P.A. deve tornare ad essere un pezzo fondamentale del motore dello sviluppo del Mezzogiorno”.

In quell’occasione il presidente della regione siciliana Nello Musumeci, auspicò addirittura la creazione di un partito dei presidenti delle regioni del Sud, al di là delle appartenenze e sul presupposto che “ in Italia c’è l’esigenza di scomporre e ricomporre sia il centrodestra che il centrosinistra” e che le istanze del Sud sono diverse da quelle del settentrione. Qualcosa di più di una semplice risposta al processo di autonomia differenziata reclamata dalle regioni del Nord.

Peccato che l’estate prima, il vento impetuoso del Governo Salvini- Di Maio, poi, abbiano fatto cadere di nuovo il silenzio su tutti questi fieri propositi meridionalisti. Ed oggi l’unica voce che si sta ascoltando è quella di un gruppo di intellettuali, di studiosi e professionisti meridionali tra cui Tonino Perna, Piero Bevilacqua, Enzo Paolini e altri, che hanno pubblicato un vero e proprio manifesto sul tema. I firmatari osservano giustamente che “se dovesse realizzarsi questo progetto, le regioni meridionali sarebbero duramente penalizzate e verrebbe meno il principio costituzionale della parità di trattamento di tutti i cittadini italiani. Il divario Nord Sud già allargatosi durante la recente recessione economica si trasformerebbe in abisso.”  Segue, quindi, un appello al M5S a fermare il progetto silenzioso di secessione di Salvini.

E qui, a mio avviso, sta il punto debole dell’intera iniziativa. Infatti non c’è dubbio che il Movimento di Di Maio, ha utilizzato proprio il malessere, lo scontento e la voglia di cambiamento delle popolazioni del Mezzogiorno solo per ottenere il maggiore sostegno possibile al suo disegno elettorale. Ma è assolutamente privo di cultura istituzionale per difendere valori quali l’Unità dello Stato italiano, che si costruisce e si difende eliminando le diseguaglianze tra i cittadini e dei territori. In questo senso l’appello rischia di essere sterile e privo di prospettive. Perchè non parte dall’esigenza di  mobilitare le coscienze e tutte le risorse umane e intellettuali verso un nuovo meridionalismo più adulto, che non aspetta più la grazia dal cielo e i sussidi di stato, ma rivendica uguale dignità e uguali opportunità rispetto allo Stato democratico. Il problema, ormai, non è quello di fermare la richiesta di più forte autonomia e la mobilitazione delle popolazioni, degli imprenditori, degli intellettuali delle regioni del Nord, che sono inarrestabili e si collegano ad uguali istanze di tante regioni europee. Il punto di non ritorno è che di fronte a ciò, le regioni meridionali, la Calabria in particolare, devono individuare una strada, molto specifica e riconoscibile per garantire un futuro ai giovani in uno scenario geopolitico, e istituzionale che va modificandosi con ritmi molto più frenetici della sonnolenta politica calabrese.

E forse delle stesse fascinazioni sovraniste e populiste.