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416.ter. Ecco il nuovo reato sul voto di scambio: concorso in elezione (servirà solo a Sud?)

416.ter. Ecco il nuovo reato sul voto di scambio: concorso in elezione (servirà solo a Sud?)

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Spira una strana aria nel paese per la lotta alla mafia. E’ inutile negarlo. Stanno pian piano approdando alla dignità di norme di legge posizioni demagogiche e teoremi che sinora allignavano solo nelle frange più estremiste (e talvolta) opache del fronte antimafia. Finché le questioni restavano confinate nella palude di dibattiti e di assemblee o di una pubblicistica di scarso pregio scientifico, poco male. Ma quando si varcano le soglie della Gazzetta ufficiale le cose si complicano.

Una semplice premessa: la dissoluzione dei partiti del secolo scorso ha messo in difficoltà anche le mafie che non riescono più a intercettare i propri interlocutori. Una politica liquida e deformalizzata non è il luogo ideale per tessere rapporti e creare complicità. Basterebbe vedere come si svolgono le competizioni elettorali per comprendere il disagio dei boss ad adattarsi al nuovo mondo. E’ chiaro che le cosche non possono rinunciare a questo settore vitale delle proprie attività illecite, ma compito di una politica avveduta è quello di anticipare l’avversario per isolarlo e creargli ulteriori difficoltà. Batterlo alla fine.
Invece nelle aule parlamentari si discute di norme che sembrano solo rendere omaggio alle vecchie analisi su politica e mafia - buone al massimo sino agli anni ’ 80 e, poi, metabolizzate su Wikipedia – come si farebbe con un anziano maestro di scuola che non si può fare a meno di salutare per strada.

Il Senato ha appena approvato la modifica dell’articolo 416ter del codice penale. Lo scambio elettorale politico-mafioso. In teoria la legge delle leggi su questo impegnativo fronte. I tecnici si sono subito scatenati alla caccia delle molte criticità che il nuovo testo solleva. Obiezioni più o meno corrette, ma che non sembrano cogliere un paio di aspetti della riforma che, con ogni probabilità, diverrà a breve legge dello Stato.

Il primo. La promessa di procurare voti deve provenire da un soggetto la cui appartenenza a una cosca mafiosa deve essere «nota» al politico. Il tema è caldo, soprattutto al Nord. Sono stati innumerevoli i casi in cui politici rimasti coinvolti in relazioni con soggetti mafiosi si sono difesi dicendo di essere stati all’oscuro dell’affiliazione del proprio interlocutore. Qualche volta la cosa ha funzionato, altre volte no e sono arrivate le condanne. Adesso lo scenario cambia e l’accusa dovrà sempre dimostrare che il politico che ha ricevuto voti da un mafioso fosse perfettamente al corrente di parlare con l’esponente di un clan. Dovrà o meglio dovrebbe, poiché è da scommettere che la cosa risulterà difficile per i politici del Nord - alla prese con una mafia, guarda caso, sempre invisibile e colonizzatrice - e piuttosto facile per quelli del Sud, esposti al pregiudizio che «non potevano non sapere» visto il pessimo contesto in cui vivono. Fate politica in Calabria o in Sicilia, peggio per voi.

Ma non basta. Sempre il nuovo articolo 416.ter prevede che se «a seguito dell’accordo» tra mafioso e politico costui viene eletto, le pene sono aumentate della metà. Si passa da 10 a 15 anni, nel mimino, e da 15 a 22 anni e sei mesi, nel massimo. Benissimo verrebbe da dire. Però guardiamo meglio.

Il boss Tizio promette al candidato Caio 100 voti. Caio risulta eletto proprio con 100 voti di scarto sul suo avversario. Facile, quindi, una passeggiata per l’accusa ad occhio e croce. Se non fosse che per un piccolo dettaglio. Il voto è segreto, o almeno pare. Ci si chiede come si dovrebbe dimostrare che Caio è stato eletto proprio «a seguito dell’accordo». Qualcuno deve interrogare tutti gli elettori, isolare quelli che dicono di aver votato Caio e, quindi, concentrarsi sui 100 che, si spera, ammettano di essere stati costretti o consigliati dal boss Tizio. La cosa si commenta da sé. Ma c’è di più. Caio viene eletto con 101 voti di scarto sul suo avversario e v’è da domandarsi cosa dovrebbe succedere. Caio non è stato eletto «a seguito dell’accordo», ma grazie a quel solitario votante che gli avrebbe comunque assegnato la vittoria sul suo competitor. A rigore, quindi, niente aggravante e niente interrogatori per i poveri elettori.

Quel singolo voto di scarto chiude la partita e salva mafioso e politico dal duro aumento di pena. Una norma inutile, come si vede, da qualunque lato la voglia guardare. Un tributo ad un mondo paludato e, spesso, paludoso che ormai sfianca la battaglia per vincere. E anche un comodo salvacondotto per i poveri politici del Nord felix, in cui molti non si capacitano ancora di come le mafie abbiano potuto subdolamente infiltrarsi in quel paradiso. Senza che mai li sfiori il dubbio che le cosche le abbia chiamate lì la domanda di mafia (Federico Varese, Mafie in movimento, Einaudi, 2011) che promana da quelle società altrettanto malate e corrotte.

*magistrato
**questo articolo è già stato pubblicato sul Dubbio.