
Laura Pennacchi, che è stata donna di parlamento e di Governo per molti anni, fine intellettuale e valente economista, ha scritto un bel libro sui valori dopo il neoliberismo, che da una parte accompagna i processi di “depoliticizzazione” e “dedemocratizzazione” in atto ormai da molti anni, dall’altra è alla base del disorientamento e dello smarrimento culturali odierni, alimentando molti fenomeni di populismo, che a loro volta, però, incorporano paradossalmente domande valoriali inevase.
Al disorientamento concorrono il radicarsi dello scetticismo e del relativismo, che nega che i valori possano essere veri o falsi, e la diffusione di espressioni come “postverità”, che mettono tutto sullo stesso piano. L’esito può anche essere una sorta di deresponsabilizzazione delle credenze assolute (fino al limite delle aberrazioni del fondamentalismo e del terrorismo), ma anche una indifferenza, o una impotenza, di fronte al conflitto morale, filosofico, religioso.
Le soluzioni secolarizzate, che pretendono di approcciare al meglio il fatto del “pluralismo dei valori”, si rivelano così particolarmente vulnerabili al fatto del dissenso e del conflitto tra valori. È per queste ragioni, per rimediare a questi deficit, che la Pennacchi si propone di lavorare a costruire una “teoria dei valori” e un quadro razionalizzato di possibilità di “ideali” e di “fini”.
Nel libro, a partire dalla considerazione delle relazioni che legano l’ostracismo dato alla discussione dei valori nella sfera pubblica e i populismi contemporanei con la loro coesistenza di vuoto valoriale e domande valoriali inevase, la Pennacchi offre spazio ai drammi politici dei nostri giorni. Ripercorre i processi più di fondo sottostanti al relativismo e allo scetticismo odierni, il nichilismo e il decostruzionismo e le loro implicazioni, il secolarismo liberale e il deflazionismo filosofico conseguente.
“Trasformazione” è la parola chiave – per cui un’attenzione particolare è dedicata all’afflato trasformativo, valoriale e morale, del New Deal di Roosevelt – per approdare alla riproposizione dell’attualità di una trattazione esplicita e forte di “valori” e “fini”. Conclude suggerendo due ricadute pratiche decisive di tutto questo percorso e una e’ la fuoriuscita del “lavoro” dall’invisibilità politica in cui lo si è lasciato precipitare.
I dati ultimi sul lavoro e la crescita che non c’è del Pil confermano quanto sia decisiva questa frontiera, non solo ai fini di una corretta visione dello sviluppo ma anche per una svolta vera sul piano politico, culturale, sociale e istituzionale.
Il libro della Pennacchi si inserisce in una situazione politica complessiva in movimento, in cui i settori più avvertiti della sinistra cominciano a muovere le acque stagnanti dovute alla mancata discussione nel e del Partito Democratico sulla sconfitta elettorale del 4 di marzo. Il populismo dilagante non si sconfigge, infatti, senza un’accurata analisi di come vanno governate le trasformazioni e di come non si puo’ archiviare la tavola dei valori, mettendo nell’angolo e cancellando dopo le ideologie anche le idee. La rinascita della sinistra non puo’ non partire da ciò.