
E se tornano i DS?
Non è lo spettro inquietante di uno scenario apocalittico che incombe sulla società italiana, ma potrebbe essere una ipotesi assai discutibile, a seconda dei punti di vista, costruita su una lettura un po’ più attenta del significato e del peso delle candidature alla segreteria nazionale del PD.
Infatti se ci si sofferma ai tre nomi più importanti di coloro che hanno presentato la candidatura e cioè Nicola Zingaretti, Marco Minniti e Maurizio Martina, emerge un comune denominatore politico, che li identifica inconfutabilmente per la loro militanza nei DS. Provengono tutti dalla tradizione dei Democratici di Sinistra, quindi degli eredi del PCI. Il dato in sé, potrebbe essere del tutto irrilevante, se non fosse che, invece, sta a dimostrare come l’analisi che il gruppo dirigente del PD ha avviato all’indomani delle nefaste elezioni del 4 marzo 2018 è stata indirizzata in un’unica direzione. E cioè nella ricerca della medicina per tentare di recuperare a nuova vita il malato terminale in una politica che riscoprisse l’animo più decisamente di sinistra del partito.
Sono tutti aperti i fronti di contestazione al PD di Renzi, identificato, nella migliore delle ipotesi, in un partito aristocratico, ormai lontano dalle battaglie classiche della sinistra italiana. Da qui la scissione di Bersani e D’Alema, ma anche la fronda insidiosa della minoranza. Il punto vero, però, è che il PD ha smarrito, quasi subito, tutti i presupposti per cui era nato, che non erano quelli di creare un contenitore in cui riposizionare la sinistra, ma un soggetto del tutto nuovo, in cui la parte maggioritaria della società italiana, che rifugge ogni deriva estremistica, doveva valorizzare le esperienze migliori della cultura liberal democratica di matrice cattolica e del riformismo socialista. Vero è che soprattutto per la mancanza di coraggio e di orgoglio di buona parte del mondo cattolico, che ha scelto la strada comoda dell’appiattimento pur di mantenere le poltrone, il progetto non è mai decollato, abbandonando la causa degli ultimi, ma anche dei ceti intermedi, risucchiati nell’area di maggiore disagio economico e sociale dalle conseguenze di una crisi economica devastante. I cattolici del PD sono diventati afoni, utilizzati come numeri per costruire un consenso acritico alla figura del leader di turno.
E oggi questo percorso si arricchisce di una nuova pagina, forse quella decisiva, in cui il nuovo PD della rinascita si cerca di costruirlo intorno alle figure di tre leader, sicuramente rispettabili, ma che nulla hanno a che vedere con i valori del popolarismo cattolico, mentre proprio il 18 gennaio del 2019 si celebrerà il centenario della nascita del Partito Popolare di Luigi Sturzo.
Un difficile viatico quello che attende i ricostruttori del PD, avendo scelto di rispondere al dilagare della propaganda sovranista e populista con un arroccamento su posizioni di radicalismo di sinistra che abbandona a se stessa una larghissima fetta di elettorato moderato, che non si riconosce più con Forza Italia, che ha abbandonato il partito di Renzi e quella larghissima area di cittadini che hanno scelto di manifestare il loro dissenso con il non voto.
In Calabria quest’area dovrebbe raggiungere addirittura il 65% degli aventi diritto al voto, per cui se alle ultime elezioni regionali il Presidente è stato eletto dal 44% dei cittadini, il prossimo sarà votato dal 35%, cioè da un terzo dei calabresi.
In Calabria, poi, la candidatura di Minniti, dovrebbe avere almeno una connotazione di riscatto di una politica che ponga al primo punto dell’agenda del nuovo Segretario e quindi per il paese, sicuramente il bisogno di sicurezza e di libertà, oggi pericolosamente minacciati da una politica di annunci muscolari, ma prioritariamente la lotta radicale alle disuguaglianze, che rischiano di mettere in crisi la tenuta democratica dei territori e delle istituzioni e quindi delle libertà costituzionali. E in questo contesto la Calabria diventa ancora di più una questione nazionale.
E, forse, farà bene Mario Oliverio a legare le sue scelte alla credibilità delle proposte dei tre candidati proprio in favore del Mezzogiorno e, quindi innanzitutto della Calabria. Credo che tutto questo non potrà essere sottovalutato da un politico solitamente accorto come Marco Minniti, che stavolta è chiamato a spingere decisamente più in alto l’asticella del suo impegno e della sua chiara determinazione, recuperando un supplemento di quel “sentimento” per la sua terra che può diventare la carta vincente di una vera inversione di tendenza per ridare ruolo e prospettiva al PD.
Da parte loro i cattolici hanno mille motivi per reclamare un nuovo protagonismo dentro e fuori dal PD, legando il loro agire alla ricerca di nuove alleanze con il mondo delle professioni, dell’impresa, del civismo diffuso, a salvaguardia dei valori fondamentali, ma anche dei bisogni esistenziali, aprendo una nuova stagione dei diritti contro l’oscurantismo della ragione e del sentimento. Qualcosa comincia a muoversi e bisogna guardare con rispetto e interesse alla nascita di iniziative come l’Associazione di cultura politica Luigi Sturzo, che da qualche giorno ha raccolto il monito di Papa Francesco e di Mons. Bertolone in Calabria per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.
Il Paese non ha necessità di creare più spazio alla sinistra. Al Paese e alla Calabria servono idee e uomini responsabili, come allora “liberi e forti”, in grado di costruire un futuro di progresso e di civiltà, che riporti al centro dell’agire politico la persona umana e il suo inalienabile bisogno di giustizia e libertà.